Addio a Rino Marchesi, il primo allenatore italiano di Maradona e signore d'altri tempi del calcio

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Si è spento all’età di ottantotto anni, nella sua casa di Sesto Fiorentino, Rino Marchesi, figura cardine del calcio italiano che da calciatore prima e da tecnico poi aveva attraversato epoche e latitudini del pallone con un'eleganza e una misura che gli valsero l’appellativo unanime di “signore”. La notizia della sua scomparsa, avvenuta nei giorni scorsi, ha suscitato commozione in molte delle società che ne hanno segnato la carriera, dalla Fiorentina, dove visse i suoi trionfi da giocatore, al Napoli, di cui fu allenatore in due distinti periodi, passando naturalmente per l'Inter e la Juventus, club che guidò in anni di grandi campioni e grandi aspettative. Un cordoglio silenzioso ma profondo, quello espresso da dirigenti e tifosi, per un uomo che del contegno e della professionalità aveva fatto la propria bandiera, lontano dai riflettori e dalle polemiche che pure hanno costellato la sua lunga carriera in panchina.

I primati di una carriera: dal primo gol su rigore all'ultimo Platini

La carriera di Marchesi, lombardo di San Giuliano Milanese ma fiorentino a tutti gli effetti per via dei lunghi anni vissuti all'ombra di Santa Maria del Fiore, fu costellata di primati e di incroci prestigiosi. Cresciuto nel settore giovanile dell'Atalanta, club che lo ha ricordato come “difensore elegante e infallibile rigorista” per le sue quindici reti in novantacinque presenze, fu proprio con la maglia della Lazio, tra il 1966 e il 1971, a scrivere una piccola pagina di storia: fu lui, infatti, il primo calciatore di movimento a usufruire di una sostituzione in campionato, entrando al posto di un compagno in un Lazio-Catanzaro del settembre 1969, innovazione che allora rappresentava una novità assoluta. Da calciatore, però, il suo nome è legato indissolubilmente a quello della Fiorentina, dove approdò nel 1960 e dove divenne uno dei celebri “Leoni di Ibrox”, quei giocatori che alzarono al cielo la Coppa delle Coppe nel 1961 battendo i Rangers Glasgow, un trofeo che si andò ad aggiungere a due Coppe Italia e a una Coppa Mitropa, nonostante i numerosi infortuni ne limitarono talvolta l'impiego e le presenze in Nazionale, ferme a due sole apparizioni.

L'approdo a Napoli e la sfida di Maradona

Fu però in panchina che Marchesi raggiunse la notorietà più ampia, legando il suo nome a quello del più grande di tutti. Dopo aver mosso i primi passi in Serie C con Montevarchi e Mantova, e dopo aver ben figurato alla guida di Avellino in massima serie, nel 1980 approdò sulla panchina del Napoli. Qui, in una città ferita dal terremoto, il suo calcio ordinato e tatticista non sempre incontrò i favori del pubblico, ma riuscì a sfiorare l'impresa di uno scudetto che sembrava utopia, chiudendo terzo e poi quarto e gettando le basi per il futuro. Fu in quel contesto che gli capitò la responsabilità e l'onore di gestire l'arrivo in Italia di Diego Armando Maradona, nella stagione 1984-1985: un rapporto professionale improntato al massimo rispetto, testimoniato dalla celebre frase che il Pibe de Oro gli rivolse (“Mister, sono a sua completa disposizione”), e che fece di Marchesi il primo allenatore italiano a sedere in panchina con l'astro argentino. Un'esperienza, quella napoletana, che lo vide protagonista anche in un secondo mandato, ma che non gli regalò i titoli che forse avrebbe meritato.

L'eredità pesante alla Juventus e il tramonto con il Lecce

Dopo una breve parentesi all'Inter nella stagione 1982-1983, conclusasi con un terzo posto alle spalle di Roma e Juventus, Marchesi accettò quella che per molti è la panchina più prestigiosa ma anche la più difficile: quella bianconera. Chiamato a raccogliere la pesantissima eredità di Giovanni Trapattoni nel 1986, si trovò a gestire il canto del cigno di un altro fuoriclasse assoluto, Michel Platini, accompagnandone l'ultima stagione a Torino con la consueta signorilità, ma senza riuscire a conquistare trofei in un biennio concluso con un secondo posto in campionato. Quel periodo, vissuto con la discrezione che lo contraddistingueva e il sigaro tra le dita, rappresentò l'apice di una carriera che poi, lentamente, iniziò a declinare tra le panchine di Como, Udinese e infine Lecce, dove una retrocessione dalla Serie A nel 1994 chiuse di fatto la sua lunga parentesi da tecnico. Un epilogo amaro per un professionista che aveva incrociato la storia, sempre con lo stile e l'umanità che lo hanno reso, a posteriori, una figura indimenticabile e rispettata del nostro calcio.

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