È morto Rino Marchesi, il primo allenatore di Maradona a Napoli e l'ultimo di Platini alla Juventus

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il calcio italiano dice addio a Rino Marchesi, scomparso all'età di ottantotto anni, come confermano diverse fonti, a Sesto Fiorentino, la città dove si era stabilito da tempo. Una figura, la sua, che ha attraversato mezzo secolo di storia pallonara, prima da calciatore – ruolo in cui vestì maglie pesanti come quelle di Atalanta, Fiorentina e Lazio – e poi, soprattutto, da allenatore. Perché se è vero che in panchina non vinse titoli, è altrettanto vero che pochi tecnici possono vantare di aver guidato, nel corso della loro carriera, due fuoriclasse assoluti e diametralmente opposti come Diego Armando Maradona e Michel Platini. Marchesi, lombardo di San Giuliano Milanese ma fiorentino d'adozione, è stato infatti il primo a sedere sulla panchina del Napoli con il Pibe de Oro in rosa, così come fu lui, alla Juventus, a fare da traghettatore nell'ultima stagione italiana del campione francese.

Da calciatore, la sua impronta più indelebile la lasciò a Firenze, dove approdò nel 1960 e dove rimase per sei stagioni, diventando uno dei pilastri di quella squadra passata alla storia come i "Leoni di Ibrox". Un appellativo, quello, che si guadagnò sul campo, contribuendo in maniera determinante alla conquista della Coppa delle Coppe nella stagione 1960-1961, un trofeo che la Fiorentina alzò al cielo dopo una doppia finale leggendaria contro i Rangers Glasgow. In viola, Marchesi mise in bacheca anche due Coppe Italia e una Mitropa Cup, dimostrando un senso della posizione e una pulizia tecnica che gli valsero, nel 1961, anche due convocazioni in Nazionale. Dopo l'esperienza fiorentina, proseguì alla Lazio per poi chiudere la carriera tra le file del Prato, pronto a intraprendere una nuova avventura in panchina.

L'uomo del primo Avellino in A e lo scudetto sfiorato con il Napoli

La sua lunga gavetta da tecnico, iniziata nel 1973 tra le serie minori, lo portò a mettersi in luce sulla piazza di Avellino. Fu lui, nella stagione 1978-1979, a guidare i lupi nel loro storico esordio in Serie A, ottenendo due salvezze consecutive che gli spianarono la strada verso le big. La chiamata del Napoli arrivò nel 1980 e con i partenopei, in un primo ciclo, riuscì a sfiorare l'impresa: il suo Napoli, solido e tatticamente organizzato, lottò per lo scudetto fino alle battute finali del campionato 1980-1981, arrendendosi solo alla Juventus, beffato anche da una celeberrima e sfortunata autorete in casa contro il Perugia. Dopo una parentesi all'Inter, il ritorno all'ombra del Vesuvio coincise con l'arrivo in Italia di Diego Armando Maradona. Era il 1984 e a Marchesi toccò il compito non semplice di integrare il genio argentino in una squadra che, pur navigando a metà classifica, rappresentava il sogno di un'intera città.

Gli anni alla Juventus e l'eredità di un "signore" della panchina

L'ultima grande avventura ad alti livelli lo vide sulla panchina della Juventus, chiamato da Giampiero Boniperti nell'estate del 1986 per rilevare un'eredità pesantissima come quella di Giovanni Trapattoni. Un compito quasi impossibile, il suo, che lo portò a gestire un'altra stella assoluta come Michel Platini nel canto del cigno del campione francese prima del ritiro. La sua Juventus chiuse il primo campionato al secondo posto, proprio dietro al Napoli di Maradona, e il successivo con un deludente sesto posto, minato anche dall'esperimento poco riuscito di Ian Rush in attacco. Fu l'inizio della parabola discendente, con esperienze meno fortunate a Como, Udinese, Venezia, SPAL e infine Lecce, nel 1994, dove chiuse la carriera. Di lui, chi lo ha incrociato, ricorda l'eleganza, il garbo e quel sigaro che ne diventò un marchio di fabbrica, tratti distintivi di un professionista che ha attraversato il calcio con signorile discrezione.

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