Addio a Rino Marchesi, il primo allenatore di Maradona e quel marchio indelebile lasciato su calcio
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Redazione Sport
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Se ne è andato in silenzio, come d'altronde aveva sempre vissuto lontano dai riflettori nonostante una carriera spesa sui palcoscenici più importanti, Rino Marchesi, spirato all'età di 88 anni a Sesto Fiorentino, la città toscana che da tempo aveva scelto come sua residenza e dove domani, tra poche ore, verranno celebrate le esequie nella Pieve di San Martino. La notizia della sua scomparsa, come spesso accade in questi casi, ha cominciato a rimbalzare tra le redazioni dei giornali e le sedi delle società calcistiche, innescando un meccanismo di ricordi e di doverosi tributi per un uomo che, nella sua riservatezza, ha attraversato da protagonista diversi decenni del nostro calcio. Milanese doc, essendo nato a San Giuliano Milanese, la sua figura è da molti istintivamente associata alla panchina del Napoli, e non potrebbe essere altrimenti: fu lui, infatti, ad avere il privilegio e la responsabilità di essere il primo allenatore italiano di Diego Armando Maradona, quel fenomeno assoluto che nel 1984 approdò all'ombra del Vesuvio per cambiarne la storia, sebbene in quella prima stagione la squadra, ancora in fase di rodaggio, non andasse oltre un ottavo posto che lasciava intravedere solo alcuni bagliori del genio che avrebbe successivamente illuminato il San Paolo. Ma la sua storia nel capoluogo partenopeo non si limitò a quel biennio, perché Marchesi guidò gli azzurri in due cicli distinti, il primo dei quali, tra il 1980 e il 1982, lo vide gettare le basi per un terzo posto che fece sognare una piazza sempre affamata di grandi traguardi.
Un tecnico per le grandi piazze, dalla Juventus all'Inter passando per il Como
La sua lunga carriera in panchina, iniziata tra i professionisti nel lontano 1973 guidando formazioni come Montevarchi e Mantova in Serie C, lo portò a sedersi su alcune delle panchine più prestigiose e allo stesso tempo più complicate del panorama nazionale. Dopo l'esperienza iniziale a Napoli, approdò all'Inter nella stagione 1982-83, ereditando una squadra che annoverava tra le sue file giocatori del calibro di Hansi Muller e l'immortale Juary, con cui conquistò un terzo posto finale che, per l'epoca e per le aspettative del club, rappresentò un risultato dignitoso ma non esaltante. Forse ancor più gravoso fu l'incarico che assolse successivamente alla guida della Juventus, quando nella stagione 1986-88 gli venne affidato il compito di raccogliere la pesantissima eredità lasciata da Giovanni Trapattoni, un compito immane per chiunque, anche per un professionista della sua esperienza e della sua pacatezza. In bianconero, pur avendo a disposizione l'ultimo, autentico canto del cigno di Michel Platini, non riuscì a imprimere grandi squilli alla squadra, ma dimostrò comunque di essere un uomo di calcio capace di mantenere la barra dritta in contesti complessi, fatto di relazioni umane e di spogliatoi da gestire con quella signorilità che chi lo ha conosciuto gli ha sempre riconosciuto. La sua figura, d'altronde, era quella di un tecnico elegante, con la cravatta e il sigaro tra le dita, un'immagine che evocava un calcio forse più antico e più formale, ma non per questo meno competente o meno determinato.
Il ricordo di Krol e il legame con Firenze da calciatore
A testimoniare la profondità del segno lasciato da Marchesi nei suoi giocatori, sono arrivate nelle ultime ore le parole toccanti di Ruud Krol, leggendario difensore olandese che proprio sotto la sua guida visse i primi anni napoletani. Intervenuto ai microfoni di Radio Napoli Centrale, l'ex terzino non ha nascosto l'emozione, definendo Marchesi una figura quasi paterna per lui, un uomo che lo accolse con calore in una città e in un campionato completamente nuovi, aiutandolo a integrarsi nonostante le iniziali difficoltà linguistiche. Krol, ripercorrendo quegli anni, ha voluto sottolineare come il tecnico fosse riuscito a creare un gruppo solido e unito pur non avendo a disposizione una rosa di grandissima qualità, inculcando una mentalità vincente basata su un principio semplice ma efficace: “Se non si può vincere, non si deve mai perdere”. Un insegnamento che andava oltre il semplice schema tattico, e che contribuì a posare la prima pietra di quel Napoli che, anni dopo, avrebbe alzato al cielo i suoi primi storici scudetti. Ma la carriera di Marchesi non fu solo quella di allenatore di grandi club, perché prima di indossare il tight in panchina, lui stesso era stato un calciatore di tutto rispetto, un difensore e centrocampista cresciuto nell'Atalanta e approdato poi alla Fiorentina, dove visse i suoi anni più gloriosi da giocatore vincendo due Coppe Italia e quell'indimenticabile Coppa delle Coppe nel 1961, prima di chiudere la carriera indossando anche la maglia del Prato in Serie C. Un legame, quello con la Toscana, che non si è mai spezzato, tant'è che aveva scelto di viverci stabilmente, a riprova di come certi amori sportivi e umani, nati sui campi di gioco, resistano poi a tutte le mode e a tutti i cambiamenti di questo calcio così spesso frenetico e smemorato.




