Dieci anni senza Prince: l’eredità incompiuta tra funk e rivoluzione digitale

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Ci sono voluti dieci anni per rendersi conto che quella mattina di aprile al Paisley Park non si è spenta solo una stella, ma si è interrotto un processo evolutivo della musica. La morte di Prince, il 21 aprile 2016, non si esaurisce in una commemorazione con una playlist ragionata ben confezionata dei suoi brani, ma impone piuttosto una lettura critica di ciò che il pop è diventato in sua assenza e, ancora di più, di quanto l’intero ecosistema musicale continui a muoversi dentro la sua orbita. A dieci anni esatti dalla scomparsa, l’uscita dell’inedito “With This Tear” – disponibile da oggi in digitale per l’etichetta Sony Music – offre lo spunto per una riflessione che va oltre la nostalgia, scavando nel rapporto tra l’artista di Minneapolis e le logiche industriali che lui stesso aveva tentato di scardinare.

Un gioiello del ’91 ripulito per l’occasione

“With This Tear” non è un semplice ritrovamento in qualche cassetto dimenticato. La registrazione, che potete ascoltare nel videoclip in fondo all’articolo, risale al novembre 1991 e fu incisa proprio al Paisley Park, quel complesso che fungeva da laboratorio alchemico, residenza privata e fortezza assediata. Prince, come era sua abitudine quando voleva fissare un’idea senza intermediari, suonò da solo tutti gli strumenti, sovrapponendo tracce con una meticolosità che rasentava la mania di controllo. Il pezzo, una ballata dal tasso emotivo altissimo, è stato poi rimasterizzato e rimixato da Chris James, ingegnere e produttore che già aveva collaborato con il musicista in progetti come “HITnRUN Phase Two”, “Art Official Age” e “Plectrumelectrum”. La scelta di affidare la cura del suono a una figura che ne conosceva le ossessioni sonore garantisce che questa nuova versione non tradisca lo spirito originale, anzi, lo restituisca con una profondità che il nastro del ’91 non poteva forse ancora esprimere.

Il regalo a Celine Dion e la logica dell’archivio

Curiosamente, questo brano non è mai stato un segreto per l’industria, ma piuttosto un oggetto misterioso che galleggiava nei meandri del catalogo altrui. All’epoca, infatti, Prince scrisse il pezzo pensando a Jevetta Steele, per poi proporlo a Celine Dion, che lo incise e lo pubblicò nel suo album omonimo del 1992. La versione della diva canadese, prodotta da Walter Afanasieff, è nota ai fan più accaniti, ma ascoltare oggi la registrazione originale di Prince significa accedere a un’intimità che la versione patinata di Dion non poteva catturare: la sua voce, filtrata dal pianoforte, porta con sé il peso di una fragilità che l’artista di “Purple Rain” raramente concedeva al pubblico in presa diretta. Gli eredi, attraverso la NPG Records, hanno specificato che questo singolo rappresenta solo il primo tassello di una serie di pubblicazioni previste nel corso dell’anno, tutte estratte da quello che viene definito un “progetto album” mai completato prima.

Paisley Park, dieci anni dopo: tra memoria e spettacolo

Se la musica riemerge dagli archivi, la geografia fisica del mito racconta un’altra storia. Paisley Park, trasformatosi in museo pochi mesi dopo la dipartita, vive oggi una doppia esistenza: da una parte luogo di pellegrinaggio per i fedeli, dall’altra macchina del business con biglietti d’ingresso che raggiungono cifre proibitive e un gift shop che trasforma ogni frammento di memorabilia in gadget. La tensione tra la sacralità dell’artista e la mercificazione della sua memoria è palpabile, specie in occasione delle celebrazioni del decennale. La sorella Tyka Nelson, che gestì l’eredità nei primi anni, ha contribuito a trasformare l’hangar dove Prince provava i tour in una sorta di teatro delle cere, dove l’unico vero assente è proprio lui. L’urna viola che contiene le ceneri – posizionata strategicamente per non far vedere l’ascensore dove il fu trovato senza vita a causa di un’overdose accidentale di fentanyl – rappresenta forse l’estrema contraddizione di un uomo che voleva controllare tutto, ma non poteva controllare la narrazione postuma della sua esistenza.

Il vuoto lasciato dal “Genio” nell’era dello streaming

Riascoltare “With This Tear” oggi significa anche misurarsi con l’assenza di un modello di produzione che Prince aveva portato all’estremo: il controllo totale del processo creativo, dal primo accordo alla fabbricazione del supporto fisico. In un’epoca dominata dagli algoritmi delle piattaforme, dove le playlist editoriali dettano le mode e la fruizione è frammentata in singoli di pochi secondi, la figura del musicista che suona tutte le parti strumentali in un brano appare come un relitto di un’altra era. Prince era convinto che la musica dovesse essere un’esperienza totale, sensoriale, quasi spirituale; lo dimostra la scelta di chiudersi nel suo studio di registrazione anche quando il mondo reclamava tour e interviste. L’uscita di questo inedito, pertanto, non è solo un omaggio, ma una provocazione silenziosa lanciata all’industria contemporanea: mentre lo streaming riduce la canzone a mero contenuto, l’archivio di Paisley Park continua a restituire pezzi di un’arte che rifiuta di essere consumata e gettata via.

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