Rigopiano, un altro lutto: muore il fratello di una vittima dopo l'udienza
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Redazione Interno
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Si è aperto ieri a Perugia, in un'atmosfera già gravata dal ricordo di trenta vite stroncate, il processo d'appello bis per la tragedia dell'hotel Rigopiano, il resort di Farindola che otto anni fa fu spazzato via da una valanga. Come stabilito dalla Corte di Cassazione, che ha annullato le precedenti assoluzioni, dieci imputati – sei dei quali funzionari della Regione Abruzzo, accusati di disastro colposo – sono tornati sul banco degli imputati per rispondere delle proprie responsabilità, presunte o meno, in una delle pagine più buie della cronaca nazionale. La vicenda giudiziaria, che si sperava potesse avviarsi verso una sua, seppur dolorosa, conclusione, è stata invece segnata da un nuovo, straziante colpo del destino.
Il malore improvviso dopo il dibattimento
Al termine dell'udienza, mentre lasciava la città umbra per fare ritorno in Abruzzo, Gianni Colangeli – fratello di Marinella, la responsabile della spa dell'hotel tra le vittime della sciagura – è stato colto da un malore improvviso mentre si trovava alla guida della propria autovettura. L'uomo, che aveva cinquantuno anni e risiedeva a Farindola, si era recato a Perugia insieme alla moglie per assistere a un passaggio processuale che la sua famiglia e tutte le altre attendevano da anni, un ulteriore, faticoso step nella ricerca di una giustizia che sembra continuamente sfuggire. L'incidente, che è avvenuto nel primo pomeriggio in zona Collestrada, ha posto fine alla sua vita poche ore dopo che aveva condiviso, con gli altri membri del Comitato dei familiari delle vittime, la tensione e le amare riflessioni seguite all'aula.
Le parole del Comitato prima della sciagura
Proprio prima che la tragedia privasse nuovamente il Comitato di un suo componente, Gianluca Tanda, coordinatore del sodalizio e fratello di Marco – una delle persone che persero la vita sotto la neve – aveva espresso con amarezza il sentire comune. “Cerchiamo la giustizia. La verità la sappiamo perfettamente tutti”, aveva dichiarato, sottolineando come, in quel “perimetro ben delimitato” delle responsabilità, fossero mancate diverse figure istituzionali. “Oggi sta qui e siamo contenti”, aveva poi aggiunto, accennando verso il palazzo di giustizia che, poche ore dopo, sarebbe diventato il luogo di un'ulteriore, privata sventura. Le sue parole, che risuonano ora con un'eco profondamente diversa, tratteggiavano il profilo di una battaglia legale che prosegue non per scoprire dinamiche ignote, ma per vederne riconosciuta la portata di fronte a un tribunale.
Un dolore che si rinnova senza tregua
La scomparsa di Gianni Colangeli, giunta in un momento di già estrema vulnerabilità emotiva, non fa che riaprire ferite mai del tutto rimarginate, sovrapponendo un lutto privato e immediato al lento e collettivo percorso della memoria. La sua morte, avvenuta lontano dalla sua terra ma in un luogo divenuto, suo malgrado, un altro capitolo della stessa storia, getta un'ombra lunga sull'intero procedimento, ricordando a tutti come le conseguenze di quella valanga continuino a propagarsi nel tempo, toccando esistenze e segnando destini ben al di là di quel preciso istante in cui la montagna si è mossa. La ricerca della verità giudiziaria, che pure va avanti, deve ora fare i conti con il peso di un'assenza che si aggiunge alle altre.




