Rigopiano, la sentenza d’appello bis e quelle cento telefonate sotto la neve: l’agonia di mio fratello
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Redazione Interno
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La neve, là sopra, ha continuato a cadere anche quando ormai non aveva più senso, quando l’hotel era già una sagoma deforme e le macerie uno scrigno. Per sette anni, Alessandro Di Michelangelo ha portato dentro di sé un peso fatto di silenzio e di utenze cellulari, cento chiamate che suo fratello Dino – quel pomeriggio del 18 gennaio 2017 – aveva tentato di agganciare a un filo di vita mentre la slavina, centoventimila tonnellate di detriti e abete bianco, comprimeva la hall e trasformava il Rigopiano in una trappola mortale -5. Poi, mercoledì, nell’aula degli Affreschi del tribunale di Perugia, ha stretto i pugni e quel segreto lo ha liberato: sapere che la valanga, sì, era caduta, ma che a uccidere era stata anche – forse soprattutto – l’inerzia, quella catena di negligenze e di risposte mancate che aveva reso ogni squillo, in quelle ore, un appello inascoltato -5.
La Corte d’Appello, dopo quasi otto ore di camera di consiglio, ha consegnato un verdetto che ai parenti delle ventinove vittime appare come un cristallo: nitido in alcune sfaccettature, opaco in altre -1-2. Tre ex dirigenti della Regione Abruzzo – Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci – sono stati condannati a due anni ciascuno per disastro colposo, un reato che la sentenza aggancia direttamente all’omessa redazione del piano valanghe, a quella zona bianca sulle mappe del pericolo che il Monte Siella, quel giorno, non ha avuto difficoltà a trasformare in una fossa -3-6. Ed è proprio su Caputi, che oggi ricopre il prestigioso incarico di commissario straordinario per la messa in sicurezza dell’acquifero del Gran Sasso – nomina prorogata dal Governo a pochi giorni dalla condanna – che si addensa l’ombra più lunga di un paradosso: la stessa mano che avrebbe dovuto, anni fa, predisporre strumenti per prevenire il disastro, oggi è chiamata a mettere in sicurezza ciò che di quel territorio resta -3.
Il capro espiatorio e lo scudo dei vertici
Dall’altra parte del banco, però, il verdetto ha riaperto ferite che non avevano mai smesso di sanguinare. Cinque imputati sono usciti dall’aula assolti – «perché il fatto non costituisce reato» – e tra loro figurano l’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, che pure in primo grado era stato condannato a due anni e otto mesi e che aveva persino rinunciato alla prescrizione per ottenere una piena declaratoria di merito, e tre dirigenti regionali, Giovani, Belmaggio e Primavera, oltre al tecnico comunale Colangeli -4-8. La Procura Generale, nella persona del pg Paolo Barlucchi, aveva chiesto pene ben più severe – tre anni e dieci mesi per i funzionari della Regione, due anni e otto mesi per lo stesso Lacchetta – ma i giudici hanno operato un distinguo che molti familiari faticano a comprendere -3. Per due ex funzionari della Provincia, Di Blasio e D’Incecco, è intervenuta la prescrizione: i loro reati, omicidio colposo e disastro, si sono estinti senza che alcuna condanna potesse essere legittimamente inflitta, nonostante in primo e secondo grado fossero stati giudicati colpevoli -2-4.
È qui che la sentenza si incaglia nel suo nodo più oscuro. Se da un lato, come ha osservato l’avvocato Massimiliano Gabrielli, rappresentante di alcune parti civili, per la prima volta si riconosce la responsabilità penale di una pubblica amministrazione per una strage evitabile – un passaggio «storico», lo ha definito –, dall’altro resta impregiudicata la posizione di chi quei funzionari li ha nominati, diretti, e soprattutto lasciati operare senza alcuna reale vigilanza -1-8. I presidenti della Regione che si sono succeduti, i vertici politici, perfino i soggetti istituzionali apicali sono rimasti ai margini del processo: a pagare, ancora una volta, sono stati i dirigenti «di mezzo», coloro che dovevano tradurre in atti concreti le direttive, e che quella traduzione non hanno saputo – o voluto – fare. La domanda che da nove anni i familiari ripetono, quasi fosse un ritornello laico e disperato, è se la giustizia, quando incontra la politica, finisca sempre per arretrare di un passo.
Le urla in aula e il silenzio delle motivazioni
Quando la presidente della Corte ha terminato la lettura del dispositivo, l’aula si è riempita di un pianto che non era rassegnazione, ma rivolta. «Mio figlio è morto e il sindaco non paga nulla: mio figlio lo piango io, non voi», ha gridato la madre di Stefano Feniello, ventotto anni, uno dei tanti giovani sepolti sotto quelle macerie -9. Antonella Pastorelli, mamma di Alessandro Riccetti – il receptionist ternano che, dopo aver perso il padre, si era laureato e aveva servito pasti ai senza tetto a Parigi durante l’Erasmus – ha detto all’ANSA di non avere mai chiesto la cella per nessuno, ma una sola, elementare verità: che le motivazioni, quando saranno depositate, riconoscano nero su bianco che quelle ventinove persone «si potevano e si dovevano salvare» -7. La sua voce, pacata e ferma, restituisce il senso di un’attesa che ha ormai superato il limite fisiologico della sopportazione umana.
I giudici perugini, dal canto loro, hanno accolto l’impostazione della Cassazione che nel dicembre 2024 aveva smontato le precedenti architetture assolutorie dei processi abruzzesi, restituendo alla pubblica amministrazione il ruolo di protagonista – suo malgrado – della vicenda -6. Ma hanno anche operato una cernita che, agli occhi dei parenti, appare arbitraria. La stessa slavina, lo stesso bollettino Meteomont che indicava pericolo grado 4 su 5, le stesse strade bloccate e le stesse richieste di sgombero neve cadute nel vuoto: eppure per alcuni imputati la condanna, per altri l’assoluzione, per altri ancora la prescrizione -3-8.
I soccorsi mancati e la turbina ferma
Tra le pieghe del processo riaffiorano dettagli che i familiari conoscono a memoria, ma che continuano a produrre dolore come il primo giorno. La fotografia che Alessandro Riccetti inviò alla madre nel pomeriggio del 18 gennaio: «Aveva una faccia brutta, non era lui», ricorda Antonella. «Gli avevano appena detto che la turbina non sarebbe arrivata» -7. Quella turbina avrebbe dovuto liberare la strada dalla neve, permettere agli ospiti di andarsene, restituire all’hotel la sua funzione di rifugio anziché di prigione. Non arrivò mai. E quando la valanga si staccò dal Monte Siella, alle 16:41, impiegò due minuti per coprire i milleduecento metri di dislivello: il tempo di una sigaretta, di un caffè, di un ultimo sguardo verso la finestra.
Ora non resta che attendere le motivazioni, che la Corte depositerà nelle prossime settimane. Saranno loro a spiegare, forse, perché il confine tra responsabilità penale e mera colpa amministrativa sia stato tracciato in quel preciso punto, e non più in là. E a dire, soprattutto, se quelle cento telefonate sotto la neve – l’agonia di un fratello, la disperazione di un figlio – potranno essere considerate, finalmente, la prova di un’omissione che non ha più diritto di chiamarsi errore, ma che deve assumere il nome che le compete.




