Rigopiano, il dolore delle madri e il verdetto di Perugia: tre condanne, cinque assoluzioni e la prescrizione che brucia
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Redazione Interno
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Nove anni non sono bastati per ricomporre il cratere che la slavina, staccatasi dal Monte Siella il pomeriggio del 18 gennaio 2017, scavò nella montagna e nelle esistenze di chi quel giorno perse un figlio. La Corte d’Appello di Perugia, dopo quasi otto ore di camera di consiglio presieduta dal giudice Paolo Micheli, ha depositato il quarto verdetto sulla strage dell’hotel Rigopiano, e all’interno dell’aula Affreschi — quel luogo istituzionale che per ore ha trattenuto il respiro dei familiari — la parola “giustizia” ha faticato, ancora una volta, a trovare una forma univoca -1-10.
I giudici umbri hanno inflitto una condanna a due anni di reclusione per disastro colposo a tre ex dirigenti della Regione Abruzzo: Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci, funzionari del settore Protezione civile che, secondo l’accusa, avrebbero dovuto redigere e aggiornare la Carta provinciale del pericolo valanghe, quello strumento — rimasto sulla carta — che avrebbe forse interdetto la ricostruzione del resort sotto il canalone -2-9. Una pena, la loro, che molti dei parenti radunati in tribunale hanno giudicato inadeguata rispetto al peso di quelle 120mila tonnellate di neve e detriti che alle 16:49 di quel 18 gennaio spostarono l’edificio di tredici gradi e di decine di metri, trasformando un soggiorno in una trappola -5.
Il dispositivo ha però anche assolto «perché il fatto non costituisce reato» l’ex sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta — che pure in primo grado aveva visto una condanna a due anni e otto mesi e che aveva rinunciato alla prescrizione — e tre colleghi di Visca e Caputi, quei dirigenti regionali Carlo Giovani, Emidio Primavera e Sabatino Belmaggio per i quali la richiesta del procuratore generale Paolo Barlucchi era arrivata a toccare i tre anni e dieci mesi -3-7. Per Enrico Colangeli, tecnico comunale, e per i due ex funzionari della Provincia di Pescara, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, il tempo è invece scorso via insieme alla neve che non venne rimossa: le loro posizioni sono state travolte dalla prescrizione dei reati di omicidio colposo, un epilogo che ha fatto imbestialire chi da quasi un decennio chiede conto di quelle turbine ferme e di quelle strade lasciate impraticabili -2-6.
Mariangela Di Giorgio, che quella mattina del 2017 aveva supplicato la figlia Ilaria, ventidue anni, cuoca all’interno del resort, di non andare a lavorare, ha stretto tra le braccia il marito Filippo mentre sistemava la pettorina bianca con la scritta «Prevenire era possibile e dovuto». «Speravo che li condannassero tutti», ha detto, e nelle sue parole non c’era soltanto la richiesta di una pena, ma la constatazione che quella pettorina — indossata come una seconda pelle — è ancora, a nove anni di distanza, un atto d’accusa nei confronti di un’inerzia che non è stata soltanto dei singoli funzionari, ma di una macchina amministrativa intera -4. Lo ha riconosciuto lo stesso procuratore generale Barlucchi, definendo la sentenza «per certi aspetti storica» proprio perché per la prima volta sancisce il nesso tra quell’omissione collettiva e la morte di ventinove persone -1-10.
Non c’è stato, tuttavia, spazio per una pacificazione nell’aula umbra. Quando l’avvocato Cristiana Valentini, legale del sindaco assolto, è scoppiata in lacrime, il grido di una madre ha squarciato il clima ovattato del tribunale: «Mio figlio lo piango io, non voi. Non si piange per un’assoluzione, si piange per un figlio morto» -7-8. Era Antonella, la mamma di Stefano Feniello, ventotto anni, oppure un’altra di quelle donne che da quasi un decennio si ritrovano nei corridoi dei palazzi di giustizia, da Pescara all’Aquila, fino a Perugia. Con lei, l’avvocato Massimiliano Gabrielli — che assiste alcune delle parti civili — ha letto il dispositivo come una vittoria parziale ma sostanziale, perché finalmente «la Regione non esce indenne» e quel muro di assoluzioni che aveva protetto i vertici della pubblica amministrazione nei processi abruzzesi ha mostrato una crepa -8-9.
Il peso di una sentenza che ridisegna le responsabilità
La decisione della Corte d’Appello di Perugia non ha l’ambizione di chiudere la ferita, e del resto non potrebbe. I giudici hanno operato su un rinvio disposto dalla Cassazione nel dicembre 2024, quando la Suprema Corte stabilì che «prevedere e prevenire il disastro era dovuto» e che andavano rivalutate le posizioni di dieci imputati -10. L’appello bis, iniziato il 10 novembre 2025, ha così selezionato le responsabilità: ha confermato la colpa di chi non produsse la mappa del pericolo, ha archiviato quella di chi — come Lacchetta — avrebbe forse potuto ordinare lo sgombero, e ha dichiarato estinti i reati per chi, come i tecnici della Provincia, aveva il compito di spalare la neve dalla strada SP8 e non lo fece -5-10.
La pettorina e l’attesa delle motivazioni
Mariangela Di Giorgio, ancora in piedi nell’aula Affreschi, ripeteva la parola “assassini”, riferendosi a quell’elenco di imputati che oggi non sconta una pena univoca -4. Mentre l’Abruzzo e l’Umbria attendono il deposito delle motivazioni — l’unico documento che potrà spiegare perché tre dirigenti sono stati condannati e gli altri prosciolti — i familiari hanno ripreso le loro auto per tornare nelle case vuote. La neve, fuori dal tribunale, non c’è. Ma sotto il Gran Sasso, il resort è ancora lì, scheletro di cemento e ferro, monumento involontario a ciò che accade quando la burocrazia dimentica di avere, tra le sue funzioni, anche quella di proteggere la vita.




