Rigopiano, l’appello bis condanna tre dirigenti regionali e assolve l’ex sindaco Lacchetta: la pubblica amministrazione finalmente giudicata per la sua inerzia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d’appello di Perugia ha depositato ieri sera, dopo quasi otto ore di camera di consiglio, il verdetto del processo d’appello bis per la tragedia dell’hotel Rigopiano; e quel verdetto, giunto a nove anni esatti dalla valanga che il 18 gennaio del 2017 uccise ventinove persone, ha un peso specifico che travalica il computo aritmetico delle condanne e delle assoluzioni. Per la prima volta, come ha osservato il procuratore generale Paolo Barlucchi, un tribunale riconosce in modo esplicito l’inerzia della macchina pubblica quale concausa giuridicamente rilevante di una strage. I giudici perugini hanno condannato a due anni di reclusione – pena che tiene conto del rito abbreviato – tre ex dirigenti della Regione Abruzzo: Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci. Il capo d’imputazione è il disastro colposo, aggravato dalla violazione della normativa sulla previsione e prevenzione del pericolo valanghe. Assolti, invece, l’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta – che nelle ultime battute del dibattimento aveva rinunciato alla prescrizione – il tecnico comunale Enrico Colangeli e i tre dirigenti regionali Carlo Giovani, Sabatino Belmaggio ed Emidio Primavera. Per due ex funzionari della Provincia di Pescara, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio, la Corte ha dichiarato la prescrizione dei reati.

Il peso di una sentenza che scardina il muro dell’irresponsabilità

Che il riconoscimento giudiziale delle omissioni amministrative sia stato definito «storico» dal rappresentante della pubblica accusa non è enfasi retorica; è, piuttosto, la presa d’atto di un cambio di paradigma giurisprudenziale. Nei precedenti gradi di giudizio celebrati in Abruzzo – primo grado a Pescara, appello all’Aquila – la Regione era rimasta sostanzialmente indenne, con i suoi funzionari giudicati estranei alla dinamica degli eventi. La Cassazione, nel dicembre 2024, aveva invece stabilito un principio netto: «prevedere e prevenire il disastro era dovuto» -3-4. Da lì il rinvio a Perugia, scelta di foro imposta per garantire la terzietà del giudizio, e da lì, ieri, l’approdo a una pronuncia che individua nella mancata adozione della Carta regionale del pericolo valanghe – strumento previsto sin dagli anni Novanta e mai realizzato – un vulnus normativo che ha contribuito, insieme alla valanga di centoventimila tonnellate di neve e faggi sradicati, a cancellare l’albergo e le vite di chi vi soggiornava o vi lavorava.

L’aula Affreschi e il grido che squarcia il silenzio processuale

Nell’aula Affreschi, mentre il dispositivo veniva letto, la tensione ha assunto la consistenza fisica di un blocco di ghiaccio. L’avvocato Cristiana Valentini, difensore dell’ex sindaco Lacchetta, è scoppiata in lacrime all’annuncio dell’assoluzione; una reazione umanamente comprensibile, che però ha squarciato il nervo scoperto di quel dolore collettivo che da nove anni non trova requie. «Si piange per la morte di un figlio, non per un’assoluzione», ha gridato la madre di Stefano Feniello, una delle ventinove vittime; e quel grido, secco e lancinante, ha riportato tutti dentro la sostanza della vicenda: al di là delle formule giuridiche – le condanne, le assoluzioni, le prescrizioni – restano i corpi di chi non poté lasciare quell’albergo, trasformato ora dopo ora in trappola mortale. Mariangela Di Giorgio, la madre di Alessandro Riccetti, il più giovane dei caduti, indossava ancora la pettorina con la scritta «Prevenire era possibile e dovuto»; un monito cucito addosso, una memoria che rifiuta l’archiviazione morale anche quando la giustizia contabile si ferma davanti allo scattare dei termini.

Le omissioni, la bufera, le telefonate inascoltate

Il pomeriggio del 18 gennaio 2017, mentre quattro scosse di terremoto di magnitudo 5.1 scuotevano il centro Italia e la perturbazione imbiancava l’Abruzzo, dall’hotel Rigopiano partirono richieste di soccorso. L’amministratore della struttura scrisse una mail alle autorità: «La situazione è davvero preoccupante». Il cameriere Gabriele D’Angelo, che sarebbe morto sotto le macerie, telefonò più volte; la sorella del proprietario si recò personalmente in Provincia per chiedere una turbina che spalasse la neve e rendesse praticabile la strada. Tutte queste voci precipitarono in un vuoto istituenziale che ieri, per la prima volta, ha assunto nome e cognome nelle figure dei tre dirigenti regionali condannati. Non si tratta, come qualcuno ha voluto superficialmente sintetizzare, della ricerca di un capro espiatorio; si tratta della certificazione giudiziale di un meccanismo amministrativo che – per usare le parole contenute nelle richieste del pg – ha operato secondo logiche di «scaricabarile, ammoina, inerzia». Un meccanismo che ha lasciato quaranta persone isolate, in balia di una slavina che quando si staccò dal Monte Siella, lanciata a cento chilometri orari, non trovò sulla sua strada né un piano di protezione civile, né un’ordinanza di sgombero, né un provvedimento di chiusura della strada provinciale 8.

Il cortocircuito della prescrizione e la tenuta del sistema giudiziario

L’istituto della prescrizione, che ha cancellato le posizioni di D’Incecco e Di Blasio e che incombe su molte delle contestazioni originarie per omicidio colposo, rappresenta la falla strutturale attraverso cui, in questo come in altri processi per disastri annunciati, il tempo giudiziario divora la sostanza del diritto. I familiari delle vittime – e lo avevano scritto già nei mesi scorsi, quando la data del dibattimento perugino era ancora incerta – non cercano vendetta; chiedono che la verità processuale non venga amputata da un automatismo normativo. «Sarebbe vergognoso», avevano detto, lasciare i reati nel limbo in cui nessuno è colpevole ma neppure innocente -8. Ieri, a sentenza letta, qualcuno di loro ha parlato di «riconoscimento parziale», e l’aggettivo pesa come un macigno: perché tre condanne, per quanto simbolicamente rilevanti, non possono restituire la complessità di un sistema che per anni ha rinviato l’adozione di carte del rischio, ignorato bollettini Meteomont che indicavano pericolo valanghe di grado 4 su 5, e lasciato che un albergo costruito in un bacino valangivo continuasse a operare senza che nessuno, a livello comunale, provinciale o regionale, ne ordinasse la chiusura nelle ore immediatamente precedenti la tragedia.

Il procuratore generale Barlucchi ha parlato di «sentenza per certi aspetti storica», invitando al rispetto della volontà dei giudici. Quel che è certo è che, per la prima volta dall’inizio di questa vicenda giudiziaria, la pubblica amministrazione non è spettatrice assolta del disastro che avrebbe potuto prevenire. E in questo, forse, sta il lascito più duraturo di un processo che non è ancora finito – altri gradi di giudizio attendono i condannati e le parti civili – ma che ha già prodotto una cesura: la certificazione che l’inerzia, quando è reiterata, consapevole e strutturale, può diventare anch’essa una forma di responsabilità penale.

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