La fuga impossibile e il conto salato: Pogacar vince la Liegi, poi la multa revocata
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Redazione Sport
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C’è un momento, nella quarta affermazione di Tadej Pogacar alla Liegi-Bastogne-Liegi, che restituisce l’intera essenza di una corsa nata sotto il segno del caos e chiusa, dopo 265 chilometri percorsi a una media record di 44,5 km/h, dal solito copione. L’istante in cui lo sloveno – che di faccia da putto ne ha ancora tanta, nonostante non sia più un ragazzino – mette piede a terra, costretto da una caduta altrui (quella di Ion Izagirre) accaduta quando il contachilometri segnava appena due chilometri dal via. La scena è paradossale: il campione del mondo fermo sull’asfalto che vede il gruppo, trascinato da un Remco Evenepoel scampato al massacro, sfilargli davanti con un vantaggio che toccherà i tre minuti e venti secondi. Sembrava l’inizio della fine, ed è stato invece l’antipasto di un inseguimento epico lungo 165 chilometri, dove la squadra degli Emirati, pilotata da Tim Wellens, ha dovuto ricucire uno strappo che avrebbe mandato in tilt qualsiasi altra formazione.
Il duello generazionale e la resistenza di Seixas
Se Evenepoel, con quella sua eleganza algida che gli è valsa il soprannome di “angelo di Liegi”, ha provato a fare il vuoto sfruttando la sfortuna altrui, il vero piatto forte della giornata è arrivato dopo il ricongiungimento. Perché se il belga è una fortuna per il ciclismo – un corridore fumante, incazzoso, che ci prova sempre di testa anche quando le gambe non rispondono – dall’altra parte c’era Paul Seixas. Il francese di appena diciannove anni, già vincitore della Freccia Vallone, ha trasformato gli ultimi chilometri in una lezione di coraggio. Pogacar lo ha testato sulla Côte de la Redoute con uno strappo secco, poi con un’accelerazione, poi con una terza; Seixas cedeva ma si riagganciava, oscillava ma non mollava la ruota. Per cinque scatti del due volte iridato, il giovanissimo avversario ha tenuto botta, prima di cedere definitivamente a tredici chilometri dal traguardo, sull’ultima asperità della Roche aux Faucons. Nel finale, lo stesso Pogacar ammetterà di essersi preparato mentalmente a una volata a due, tanto era impressionante la solidità del francese.
Remco, il tema tecnico e la lezione di stile
La prestazione di Evenepoel, terzo alle spalle di Seixas e staccato di un minuto e quarantacinque secondi, riassume perfettamente la sua parabola attuale. È un corridore che non si accontenta di controllare: quando ha visto l’occasione, è scattato, ha creduto nella fuga solitaria, costringendo l’intera UAE a una caccia forsennata. E se alla fine è stato ripreso e superato, rimane il fatto che senza la sua azione iniziale, questa edizione della Decana – nata nel lontano 1892 – sarebbe stata una delle più noiose degli ultimi anni. È il “tema tecnico” della corsa, quell’elemento di disturbo che rende il ciclismo imprevedibile. Anche stavolta, parafrasando il sentire comune, gli è stato detto che doveva parlare di meno e pedalare di più, ma la realtà dei fatti è che il suo curriculum e il suo modo di correre restano un ossigeno per uno sport troppo spesso impantanato nel calcolo.
Il giallo della maglia: multa e revoca notturna
Proprio quando la fatica sembrava finita, è scoppiato il caso extracurriculare. Durante la cerimonia di premiazione, la giuria ha notato un dettaglio sulla maglia iridata indossata da Pogacar: il posizionamento del logo di uno sponsor, verosimilmente quello della squadra, risultava troppo vicino alle bande arcobaleno, violando i rigidi parametri imposti dal regolamento. La sanzione è piombata immediata e pesantissima: cinquemila franchi svizzeri, una cifra anomala se paragonata alle solite ammende per infrazioni estetiche. L’assurdo – che alimenta i sospetti di chi vede in questa applicazione improvvisa un accanimento mirato – è che lo sloveno aveva indossato esattamente la stessa divisa nelle recenti corse di primavera (dalla Strade Bianche alla Roubaix) senza che nessuno avesse mai sollevato obiezioni. Poi, nel cuore della notte, il colpo di scena: un secondo comunicato dei giudici cancella la multa. Nessuna spiegazione ufficiale, nessuna nota che giustifichi il dietrofront. Il conto da 5.000 franchi, così come era apparso dal nulla, è sparito nel silenzio della giuria, lasciando la questione avvolta in quelle pieghe regolamentari che, a quanto pare, si possono aprire e chiudere con la stessa leggerezza.




