Pogacar vince la Liegi, ma l’angelo Seixas incanta e sfida il campione fino all’ultima salita
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Redazione Sport
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I 257 chilometri che separano il via da Liegi alla leggendaria Bastogne, per poi fare ritorno nel capoluogo della Vallonia, hanno consegnato alla storia un verdetto solo in apparenza scontato. Se da un lato Tadej Pogacar ha messo la sua firma in calce al pokerissimo personale – imponendosi per la quarta volta sulla Doyenne, quella che con il Lombardia non mente mai e premia sempre il più forte – il racconto di questa 112esima edizione si è arricchito di un capitolo inedito, destinato a lasciare il segno negli equilibri futuri del ciclismo mondiale. L’ordine d’arrivo, infatti, recita al secondo posto il nome di Paul Seixas, un diciannovenne francese classe 2006 che, lontano dall’essere una semplice comparsa o una promessa da mettere a referto per onor di cronaca, ha tenuto testa al due volte campione del mondo in un testa a testa serrato, resistendo a cinque delle sei violente accelerazioni del fuoriclasse sloveno prima di cedere a soli tredici chilometri dal traguardo. Non è una coincidenza, del resto, se proprio sulle rampe della Côte de la Roche-aux-Faucons – ultima asperità prima del rettilineo finale – la difesa del transalpino abbia dovuto infine capitolare sotto i colpi di quello che ormai, a tutti gli effetti, si configura come l’uomo da battere anche quando tutto sembra perduto.
La rimonta impossibile di Pogacar e il testa a testa con Seixas
Nelle prime battute, quando la polvere degli sterrati non si era ancora sollevata, un’azione spettacolare aveva già rivoluzionato la corsa. Dopo una caduta che ha visto coinvolto Ion Izagirre, innescata da un contatto nei primissimi chilometri che ha diviso il plotone in due tronconi, Remco Evenepoel è scivolato nell’unico attimo di indecisione della squadra di Pogacar, accumulando un vantaggio che ha toccato i 3 minuti e 20 secondi. Costretto a mettere piede a terra dall’intoppo, costretto a vedersi un intero gruppo di una cinquantina di unità sfilargli davanti, il capitano della UAE Emirates ha dovuto orchestrare un inseguimento lungo 165 chilometri, un’impresa che da sola avrebbe stremato la maggior parte dei gregari e spezzato la volontà di qualsiasi favorito. Non quella di Pogacar, però. Trascinato da un lavoro titanico dei suoi scudieri (tra tutti, il belga Tim Wellens ha praticamente pilotato il suo capitano fino al ricongiungimento ), il gruppo ha ricucito lo strappo a -93 chilometri dall’arrivo, proprio sul momento più duro del trittico di côte che decide la competizione. A questo punto, la sfida si è trasformata in un a corpo. Sulla mitica Côte de la Redoute, Pogacar ha cominciato lo stillicidio di strappi tipico del suo repertorio; e qui, invece di vederlo andarsene da solo come troppo spesso è accaduto nei recenti passati, ci si è ritrovati di fronte l’immagine quasi irreale di Seixas incollato alla sua ruota, elegante e preciso, senza mai cedere di un millimetro.
L’angelo di Liegi che fa tremare il trono dello sloveno
L’impressione, osservando il giovane francese – fresco di vittoria alla Freccia Vallone e già paragonato a un angelo per la grazia con cui si muove in sella – era quella di assistere a qualcosa che il ciclismo moderno aveva quasi rimosso: un rivale che risponde colpo su colpo a Tadej Pogacar. Anche quando il ritmo si è fatto infernale, lui c’era. Anche quando l’asso sloveno è scattato una, due, tre volte, lui era ancora lì. Ha resistito fino all’ultima delle salite, la Roche aux Faucons, dove la potenza implacabile del campione ha avuto la meglio solo dopo l’ennesimo cambio di passo. Lo stesso Pogacar, al traguardo, non ha potuto fare a meno di dedicare un pensiero alla tenacia del suo avversario diretto: “Mi ha davvero impressionato, è un talento incredibile. Ha collaborato con me e mi ha dato i cambi in testa che ci hanno permesso di creare un bel distacco”. Quelle parole, pronunciate dal dominatore assoluto della disciplina per descrivere un ragazzo che ancora non indossa la maglia iridata, valgono più di qualsiasi medaglia d’argento. Seixas non è stato un comprimario di lusso: è stato il protagonista di un duello mai visto prima sulle strade infide delle Ardenne, capace di tenere a bada per decine di chilometri l’uomo che vince ovunque tranne che sulla ghiaia del Pavé.
Evenepoel terzo, ma a spettacolo serve anche l’atteggiamento
Discorso a parte merita Remco Evenepoel, terzo classificato sul podio a 1 minuto e 42 secondi. Il belga, che pure ha dato vita alla fuga iniziale mettendo in seria difficoltà lo stesso Pogacar, si è dovuto arrendere ben prima del faccia a faccia decisivo. Sulle pendenze dure della Redoute, le gambe non hanno risposto come forse ci si aspettava da un vincitore di due edizioni della Doyenne; eppure, il suo atteggiamento – quello del ciclista “fumante e incazzoso”, sempre propenso a tentare l’azzardo anche quando il fisico non tiene – ha regalato spettacolo e ha alimentato il dibattito tecnico su una corsa che altrimenti sarebbe stata una mera passerella per l’asso sloveno. Nel gruppetto dei battuti, ha abbozzato una volata per tenere a bada gli inseguitori, aggiudicandosi un terzo posto che non restituisce interamente il valore della sua prova in termini di intraprendenza. La gerarchia, alla luce di questa Liegi 2026, sembra quindi riscriversi su due livelli. C’è un livello, quello di Pogacar, che resta inarrivabile per distacco di ruota. Ma ce n’è un altro, immediatamente sottostante, dove Seixas – con la sua calma, i suoi 19 anni e quella eleganza da “angelo sterminatore” che incanta e spaventa al tempo stesso – ha appena scavalcato il campione belga. Una dimostrazione di forza che, questa volta, i fogli di cronaca devono annotare non tanto per il vincitore della corsa, quanto per il ragazzo che ha avuto il coraggio di guardarlo dritto negli occhi sull’ultima salita, senza battere ciglio.




