La stanza delle meraviglie di Evaristo Beccalossi, quel genio che vedeva gli “invisibili corridoi”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   «Oggi si gioca in dieci o dodici?». La domanda, surreale solo in apparenza, non era il tormentone di un bar dello sport qualsiasi, ma la sintesi perfetta di una carriera – quella di Evaristo Beccalossi – costruita su un’anomalia tanto affascinante quanto dolorosa. Scomparso a 69 anni, l’ex campione dell’Inter lascia un vuoto che il calcio italiano, spesso troppo preso dalla sua stessa retorica muscolare, fatica persino a misurare. Perché Beccalossi non era semplicemente un “fuoriclasse” nel senso classico del termine; era piuttosto un uomo che, come pochi, abitava una contraddizione insostenibile: il sentirsi inadeguato dentro il proprio talento. Un paradosso che lo rendeva, a suo modo, inclassificabile, al punto che un suo paragone – quello sciorinato dal politico Dario Franceschini nel lontano 2009 – poteva trasformarsi in una sentenza ironica ma precisa: «Paragonare Mario Mauro a Blair? È come paragonare Beccalossi a Maradona». Ecco, l’accostamento non voleva sminuire il primo, ma elevare il secondo a categoria dello spirito, a metro di una genialità prismatica che non ha mai trovato piena cittadinanza nelle statistiche.

L’addio tra le carte e le risate: il racconto di Gigi Maifredi

Nella camera ardente allestita per l’ultimo saluto, non c’erano solo sciarpe e ricordi di stadio. C’era, soprattutto, il racconto spontaneo di chi quel genio l’ha incrociato a tavolino, più che sul rettangolo verde. Gigi Maifredi, bresciano come Beccalossi ed ex allenatore dal verbo offensivo, ha confessato senza filtri: «Io l’ho conosciuto di più come uomo che come calciatore». Faceva parte della compagnia, quella dei venerdì passati a mangiare insieme, a giocare a carte, a bussare le mani sul tavolo in un’allegria ordinaria che strideva, inevitabilmente, con l’immagine pubblica dell’artista discontinuo. Eppure, proprio in quella quotidianità – nelle risate tra un biscotto e una smazzata – Maifredi ha colto l’essenza di un uomo che, forse, ha passato metà della vita a scappare dal proprio stesso mito. Un talento immenso, sì, ma che pesava come un macigno sulle spalle di chi, semplicemente, avrebbe voluto giocare senza la responsabilità di dover incantare ogni domenica.

Bollini e il ragazzo che lucidava lo scarpino di un mito romantico-tecnico

Dall’altra parte della barricata generazionale, c’è chi quel talento lo ha assorbito con l’ingordigia del tifoso adolescente. Alberto Bollini, oggi 59enne allenatore dell’Italia Under19, stringe ancora gli occhi mentre pronuncia parole che profumano di figurine e di prati polverosi: «Per me, Evaristo Beccalossi è stato un mito calcistico». Da ragazzino, spiega, seguiva lui e quel calcio che molti chiamano romantico, ma lui preferisce definire “romantico-tecnico”. Una sfumatura non da poco, perché al sentimentalismo Bollini aggiunge la precisione del gesto. C’era il piacere rituale della partita del pomeriggio domenicale – quella di una volta, senza la febbre del business – e Beccalossi ne era l’interprete assoluto. Un legame, il loro, che dal 2019 in poi si è fatto ancor più concreto, intimo quasi. Lo stesso Bollini, guardando indietro, non ha potuto fare a meno di incrociare un aneddoto che sa di preistoria: il cantante Max Pezzali, un ragazzino qualsiasi dell’epoca, che lucidava lo scarpino del suo idolo. Un dettaglio minimo, quasi irreale oggi, che restituisce però la portata di un culto popolare fatto di riverenza e di sudore.

Bonazzoli: «Rimarrà per sempre nel mio cuore», l’eredità senza tempo di un uomo squisito

A chiudere il cerchio, con la delicatezza di un attaccante che ha imparato presto cosa significhi guardare dal basso verso l’alto, ci pensa Federico Bonazzoli. Il centravanti della Cremonese, visitata la camera ardente il 7 maggio 2026, ha affidato a poche righe il peso di una riconoscenza che non ha data di scadenza: «Evaristo rimarrà per sempre nel mio cuore». L’unico rammarico, confessa, è doppio: non averlo più tra i vivi e, soprattutto, non averlo mai visto giocare dal vivo. Perché al di là delle finte e dei tunnel che apriva sulla trequarti, Beccalossi possedeva un’altra dote rara, quella della relazione umana. «Era una persona squisita – ha aggiunto Bonazzoli – soprattutto con i giovani». Una parola di conforto oppure una battuta scherzosa, tanto per mettere chiunque a proprio agio. Un porto sicuro in uno spogliatoio che, spesso, diventa giungla. E proprio in questa capacità di ascoltare, nel non aver mai fatto pesare il proprio estro come una scusa per l’arroganza, risiede forse il gol più bello della sua vita. Quello che non finirà mai in nessuna moviola.

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