Evaristo Beccalossi, il 12 che era un 21: se ne va il «fantasista» che spiazzava anche la morte
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Redazione Sport
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C’era un modo, in fondo semplice, per riconoscere Evaristo Beccalossi: cercarlo dove non c’era. Lo faceva da calciatore, quando dribblava l’avversario e poi il senso stesso del possesso palla, e l’ha ripetuto fino all’ultimo, quasi a volersi sottrarre a quel che la cronaca chiama “emorragia cerebrale”. L’emorragia – quella devastante, la stessa che lo aveva colpito nel gennaio 2025 – lo ha tenuto sospeso per oltre un anno in una clinica di Brescia, la Poliambulanza, dove l’ex numero 10 dell’Inter è morto nella notte tra martedì e mercoledì. Avrebbe compiuto 70 anni il 12 maggio, una data che per i tifosi nerazzurri suona come il suo primo, vero scudetto: il dodicesimo della storia interista, quello vinto con Beccalossi in campo a fare cose che neppure l’allenatore sapeva spiegare. Lui, però, se ne è andato portandosi in tasca il ventunesimo – come quando allo specchio il 12 gli restituiva l’immagine di un 21. Un rovesciamento, uno scarto, l’ennesimo.
Qualche anno fa, nel corso del «Festival delle storie», chi scrive si fece un regalo: invitare quel dieci della propria infanzia. E Beccalossi venne, senza smancerie, con un’ironia da cabaret, una comicità asciutta e una tenerezza che non ti aspetti da uno che per mestiere prendeva calci negli stinchi. Fece ridere persino gli amici juventini – gente abituata a vedere il calcio come una liturgia – perché il Becca spiazza, non lo trovi mai dove gli altri se lo aspettano. Raccontava di sé con la stessa leggerezza con cui, negli spogliatoi del Fano, accendeva una sigaretta: un’abitudine, quella del fumo, che mal si sposava con l’etica atletica, ma erano altri tempi. E altri corpi, forse più inclini alla sregolatezza geniale che al cronometro.
L’emorragia, il coma e la moglie: «Voleva tornare a lavorare»
L’emorragia cerebrale è stata il colpo che non puoi schivare, neppure se sei stato il re del dribbling. Beccalossi cadde in coma, ne uscì faticosamente, e per un anno intero – tra risvegli parziali e speranze accese dai bollettini medici – ha cercato di tornare. Non a giocare, ormai, ma a lavorare. Lo ha detto la moglie, senza retorica: voleva riprendere la sua vita, quei progetti che un’artrite deformante prima e poi l’emorragia gli avevano congelato addosso. La clinica Poliambulanza è diventata il suo ultimo campo, quello dove non si segna ma si resiste. E lui ha resistito finché il, traditore anche per un fantasista, ha smesso di obbedire.
Enrico Ruggeri: «Ieri sera l’ultimo abbraccio, straziante. Arrivederci, Fantasista»
C’è un’amicizia che non si è mai persa di vista, neppure negli anni del buio. Quella tra Beccalossi ed Enrico Ruggeri dura dal 1979: lui, il cantautore, aveva 22 anni e l’amico appena arrivato all’Inter ne aveva 23. Da allora si sono tenuti accanto, e ieri sera Ruggeri è stato uno dei pochissimi a entrare in quella stanza, a dare un abbraccio che lui stesso ha definito «uno dei più strazianti della mia vita». Poi, su un post che li ritrae stretti, ha scritto: «Hai portato il sorriso in ogni luogo che hai attraversato, sono fiero di te: del Campione si parlerà per sempre, l’uomo sarà luce per chi ti ha conosciuto». Nel 1996, Ruggeri aveva dedicato a Beccalossi un brano dal titolo «Il fantasista», diventato poi un pezzo forte del suo repertorio. Ieri, salutandolo, ha ripetuto quell’appellativo come un estremo atto d’amore: «Arrivederci, Fantasista».
Genio e sigaretta: quell’Inter degli anni Settanta e Ottanta che non torna più
Beccalossi era ritenuto ingestibile da molti allenatori, e proprio per questo preziosissimo. Il suo talento non si misurava in cross o in gol, ma in una capacità visionaria di vedere spazi che non esistevano. Quel numero 10 cucito sulla schiena – all’Inter, poi altrove – era una promessa di disordine calcolato. La sigaretta fumata nello spogliatoio del Fano, nelle serie minori, racconta meglio di qualsiasi statistica il divario tra quel calcio e quello di oggi. Un mondo, insomma, dove la sregolatezza poteva ancora convivere con la magia, e dove un giocatore di straordinaria fantasia finiva per essere amato anche dai rivali. Perfino la morte, con quel suo fare prevedibile, ha dovuto arrendersi davanti a uno che spiazzava: non l’ha trovato dove se lo aspettava, ma in una clinica di Brescia, dopo un anno di resistenza silenziosa. E lui, il Becca, se n’è andato a modo suo – con un 21 in tasca e il sorriso di chi ha già vinto.




