L’ultima foglia morta: Evaristo Beccalossi, l’artista che non sapeva di esserlo
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Redazione Interno
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C’è un’immagine, tra quelle che il calcio italiano degli anni Settanta e Ottanta custodisce come un segreto di famiglia, che ritrae Evaristo Beccalossi mentre si prepara a battere un calcio d’angolo: la palla tra le mani, lo sguardo perso chissà dove, il fisico tutt’altro che da atleta modello. Quella sagoma, che qualcuno chiamava affettuosamente “el Traccagno”, era in realtà l’ultima, autentica foglia morta di un calcio che non esiste più – un calcio di strada, sporco e geniale, dove il gesto tecnico prevaleva sulla tattica e l’imbucata illogica valeva più di un gol da posizione regolare. Beccalossi, morto nella notte a 69 anni, non è stato soltanto un fantasista dell’Inter; è stato, per chi lo ha visto giocare, la prova vivente che la vittoria, senza un gesto d’esteta, alla fine non basta.
Il globetrotter nerazzurro e gli anni duri del pallone
Fine anni Settanta, primi Ottanta: fuori dagli stadi c’era la piombo, dentro invece il calcio italiano cominciava a industrializzarsi. Eppure Beccalossi, mancino, lento nell’apparenza ma fulmineo nell’idea, sembrava arrivare da un’altra galassia. Prendeva la palla e la trattava come un bambino che fa il furbo con i compagni più grandi: la nascondeva, la lasciava scappare, poi la richiamava con un tacco o una rovesciata che faceva sobbalzare i difensori. Quelli che lo hanno marcato raccontano ancora di un senso di smarrimento – lo stop di petto seguito da un passaggio che non dovevi prevedere, perché lui stesso non l’aveva previsto prima dell’ultimo respiro. Il campo non era per Beccalossi una scacchiera, bensì un’orchestra in cui lui suonava sempre fuori tempo, ma a ragione.
Quel legame indissolubile con Altobelli, “fratello” dentro e fuori
A spiegare bene la cifra umana e tecnica di Beccalossi ci pensa chi lo ha conosciuto nello spogliatoio. Alessandro Altobelli, “Spillo”, ne è stato compagno al Brescia prima e all’Inter poi: una coppia che non si è mai sciolta, nemmeno in quest’anno difficile per Evaristo. Altobelli, che lo chiamava fratello, ha confidato l’amarezza per non essere riuscito ad accettare fino in fondo la malattia capace di segnare così profondamente quel campione che «riportava il calcio di strada sui campi della Serie A». Non riusciva ad arrivare dove il dribbling di Beccalossi arrivava, perché quello era un territorio che nessuno poteva abitare insieme a lui. Due amici, una sola intesa: quando Beccalossi inventava, Altobelli era già lì a raccogliere il regalo. Nessuna standing ovation in campo avverso è mai stata più sentita di quella riservata a lui, perché i tifosi avversari, in fondo, applaudivano l’arte prima ancora del risultato.
Moratti e il valore di un artista del pallone
Massimo Moratti, ex presidente dell’Inter, intervenuto ai microfoni di Sky Sport 24 nel giorno della notizia della scomparsa, ha restituito con poche parole la dimensione autentica del giocatore. Non ha parlato di numeri, di trofei o di presenze; ha detto invece che Beccalossi «era qualcosa di più di un giocatore dell’Inter, qualcosa di bellissimo e indimenticabile che rimane nell’impressione dei tifosi per tutta la vita». Secondo Moratti, ciò che lo distingueva da tutti gli altri era una «classe notevole», quella classe che non si allena, che non si compra, e che forse nemmeno si spiega. Il ricordo dell’ex presidente evita ogni retorica trionfalistica: non c’è bisogno di elencare le prodezze, perché l’artista del pallone – così lo ha definito Moratti – si riconosce dal vuoto che lascia quando smette di giocare. Un vuoto che ieri, con la notizia della morte, è diventato tangibile.
La creatività come atto ribelle in un calcio che non c’è più
Caro Aldo, se si volesse scrivere il manifesto romantico del calcio come atto creativo, si dovrebbe partire da un controllo di Beccalossi: il tempo che rallenta, lo stadio che improvvisamente fa silenzio (perché nessuno sa cosa stia per succedere), e poi il lampo – un dribbling che nessuno aveva previsto, neppure chi lo stava eseguendo. Beccalossi non viveva la partita come un compito da svolgere, ma come un territorio emotivo: quando la sua fantasia si apriva, tutto il respiro dello stadio diventava il suo; quando invece si chiudeva, restava comunque la promessa di un’altra giocata, di un altro passaggio che sembrava sbagliato e invece era perfetto. In un’epoca in cui il calcio è diventato statistica, schema e pressione continua, quel mancino di Brescia rimane l’ultima foglia che si è staccata dall’albero, portandosi via con sé l’idea che un gesto gratuito possa valere più di una vittoria.




