La scomparsa di Evaristo Beccalossi, il «numero 10» che insegnò l’arte del dribbling

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Redazione Sport Redazione Sport   -   «Ci sembra impossibile». Ad aprire il commiato ufficiale dell’Inter, per la scomparsa di Evaristo Beccalossi, è una frase che pesa come un macigno, sospesa tra l’incredulità di chi ha perso un pezzo di sé e la dolcezza ostinata di un ricordo che non vuole saperne di svanire. Il talentuoso fantasista, spentosi a Brescia a 69 anni, lascia un vuoto che il club nerazzurro ha provato a colmare con le parole, quelle stesse parole che – nelle pieghe della memoria e persino nella banalità della vita quotidiana – restituiscono l’immagine di un uomo «sempre uno di noi». L’annotazione, affidata ai canali social della società, non è un rituale di circostanza; piuttosto, assomiglia a un gesto quasi privato, come se Beccalossi fosse ancora lì, in area di rigore, a inventarsi un corridoio dove nessuno lo aspettava.

Una doppietta nel derby e sei stagioni da incorniciare

Acquistato dall’Inter al termine della stagione 1977-1978, Beccalossi vi ha legato il proprio nome attraverso sei annate dense di numeri e, ancora prima, di sensazioni. Duecentosedici presenze complessive, tra campionato e coppe, e trentasette reti: una cifra che però non rende giustizia a quell’eleganza straniante, capace di trasformare un pallone in una specie di prolungamento della suola. Tra quei gol, una doppietta nel derby del 28 ottobre 1979, vinto per 2-0 contro il Milan, che molti tifosi – quelli che c’erano, quelli che se lo sono fatti raccontare – continuano a recitare a memoria. «Ci hai insegnato che il calcio può essere arte», prosegue il ricordo dell’Inter, e l’aggettivo «commovente» non appare mai a caso in questo contesto: la società ha voluto quasi firmare un autoritratto a due mani, dove l’estetica del gesto prevale sulla cruda aritmetica del risultato.

Il volo rapido di «Dribblossi» e l’ombra della Nazionale

Gianni Brera, con quella sua capacità cesellata di cesellare i soprannomi, lo battezzò «Dribblossi», e chi lo aveva visto saltare l’uomo con un movimento d’anche sapeva che non c’era esagerazione. Talento cristallino e discontinuo, Beccalossi fu lo specchio di un calcio che non esiste più: quello del fantasista che poteva scomparire per settanta minuti e poi accendersi in un lampo, decidendo una partita senza bisogno di correre per novanta minuti. Sotto la guida di Bersellini, contribuì in modo decisivo alla conquista dello Scudetto, condendo il palmarès con una Coppa Italia in nerazzurro, poi bissata con la Sampdoria. Resta però un’increspatura nella sua carriera: la mancata considerazione da parte di Bearzot per la Nazionale, un’esclusione che ancora oggi gli appassionati si spiegano con un misto di rammarico e stupore. Non ci furono mai polemiche pubbliche da parte sua, quasi a voler confermare che un certo tipo di genio non ha bisogno di conferme in divisa.

L’ultimo scudetto goduto in silenzio e il nuovo ruolo da opinionista

Se n’è andato a pochi giorni dal ventunesimo tricolore nerazzurro, quello conquistato da una squadra moderna, potentemente fisica e tattica, lontana anni luce dalla sua creatività destrutturata. L’impressione, lasciata trapelare tra le righe del cordoglio, è che Beccalossi abbia voluto trattenersi ancora un po’, giusto il tempo di vedere quella stella aggiungersi alle altre, prima di accomiatarsi. Dopo l’addio al calcio giocato, la sua vita ha preso altre pieghe: ruoli dirigenziali, poi il lavoro da opinionista televisivo, dove quella stessa voce pacata e quel modo un po’ stralunato di guardare il monitor hanno conquistato un pubblico diverso, forse più giovane, che non lo aveva mai visto saltare un avversario allo Stadio. Chi non l’ha vissuto lo misura con i numeri – 215 presenze e 37 gol in campionato –, ma chi l’ha incrociato sul rettangolo verde conserva un’altra eredità: fatta di finte, di pause irreali, di palloni che sembravano non toccare mai terra. E di un uomo che, fino alla fine, è rimasto «uno di noi».

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