Il Tar spegne le luci sul «Castello delle cerimonie» ma i Polese non abbassano la saracinesca
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
C’è un paradosso, in questi giorni, che serpeggia tra i vialetti alberati del Grand Hotel La Sonrisa, quello che milioni di telespettatori conoscono come il «Castello delle cerimonie». I cancelli, nonostante l’ordinanza del Tar campania che ha messo fine a ogni attività, sono rimasti spalancati. Auto che sfrecciano, furgoncini che scaricano lenzuola pulite e un via vai continuo di manovali: la macchina organizzativa non si è fermata, quasi che la sentenza – la quale ha reso definitiva la revoca delle licenze per la ristorazione e la ricezione alberghiera – fosse solo un fastidioso incidente di percorso. I residenti della zona, intervistati a caldo, non nascondono un certo rammarico, ma la loro preoccupazione è lucida e concreta: «Dispiace per i dipendenti che rimarranno senza lavoro», un’eco che sembra riecheggiare più forte delle dispute giudiziarie.
La «guerra» senza quartiere che continua a infiammare Sant’Antonio Abate
A parlare di «guerra», senza mezzi termini, sono ormai gli stessi protagonisti di questa lunga querelle. Da una parte l’amministrazione comunale, che attraverso la voce della sindaca Ilaria Abagnale ha preso atto del verdetto della VII sezione, dall’altra la famiglia Polese, storica proprietaria della struttura, che del celebre reality ne ha fatto un impero. La radice del contendere, va ricordato, affonda in una vicenda annosa di lottizzazione abusiva che ha minato le fondamenta legali dell’intero complesso; una situazione giudiziaria che, nonostante la popolarità televisiva, ha sempre rappresentato un’ipoteca pesante sul futuro dell’hotel. E proprio mentre il Tar confermava la revoca, gli uffici tecnici del Comune emettevano l’ennesima ordinanza di sgombero – questa volta estesa alla parte commerciale – segnando di fatto l’acquisizione totale del bene nel patrimonio pubblico.
La resistenza silenziosa dei Polese: «Ricorreremo subito»
Ma se il provvedimento parla chiaro, lo stato dei luoghi racconta una storia leggermente diversa. La scelta dei Polese, in barba alla cronologia giudiziaria, è quella della resistenza silenziosa ma operativa. Attraverso una nota ufficiale, affidata alla penna dell’avvocato Dario Vannetiello, la direzione della Sonrisa ha annunciato un «immediato appello al Consiglio di Stato», assicurando che la battaglia legale è solo all’inizio. I proprietari, che da anni si alternano tra aule di tribunale e sale ricevimenti, non intendono cedere di un millimetro: il loro obiettivo dichiarato – lo ripetono da mesi – non è solo la salvezza di un marchio, ma evitare quella che definiscono «una crisi occupazionale, economica e sociale» capace di travolgere centinaia di famiglie legate all’indotto. E così, in attesa di una nuova sospensiva, le saracinesche del celebre set cinematografico restano alzate.
Il conto alla rovescia per i lavoratori e i prossimi passi in Cassazione
Sullo sfondo di questo braccio di ferro, la condizione dei dipendenti è forse l’unica certezza amara. A loro, che si aggirano silenziosi tra i corridoi della Sonrisa, non resta che osservare l’evolversi di una partita che si gioca su due tavoli. Da un lato quello amministrativo, dove il Consiglio di Stato (il 9 luglio potrebbe essere una data cruciale) dovrà decidere se concedere una nuova proroga, dall’altro quello penale: è infatti pendente in Corte d’appello a Roma una richiesta di revisione della confisca, istanza presentata da Concetta Polese (conosciuta al pubblico come “Imma”) per tentare di cancellare l’accusa di lottizzazione alla radice. Se quella revisione dovesse passare, i giudici sostanzialmente spazzerebbero via il presupposto stesso del provvedimento del Tar, restituendo fiato all’attività. Fino ad allora, il Castello vive in una sorta di limbo: ufficialmente chiuso ai matrimoni, ma con la macchina organizzativa ancora in moto, nell’attesa spasmodica che la legge faccia il suo corso o che, almeno, si trovi una soluzione per scongiurare la fatidica parola “fine”.




