Piazza Affari tra timori geopolitici e mosse societarie, lo stallo tecnico del Ftse Mib

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La nuova settimana si apre all’insegna di una cautela quasi obbligata per Piazza Affari, dove l’indice Ftse Mib fatica a trovare una direzione chiara dopo le flessioni che avevano caratterizzato la chiusura del venerdì precedente. La seduta del 27 marzo, che aveva archiviato un ribasso controllato ma significativo dello 0,74% portando l'indice a 43.379 punti, ha lasciato sul grafico un’eredità tecnica pesante: il quadro suggerisce un’estensione della fase ribassista, con il test del pavimento situato a 43.042 punti e un tetto rappresentato dall’area 43.865. Gli operatori, che già nella scorsa ottava avevano dovuto gestire una correzione pericolosa fino a 41.600 punti prima di un precario assestamento tra 43.000 e 44.000, si trovano ora a fare i conti con un’analisi quantitativa che conferma la presenza di un solido trend ribassista di breve termine, nonostante una parziale ripresa della forza relativa registrata dallo Stocastico.

Lo spettro del conflitto e la corsa del petrolio

A pesare sugli umori non è solo la musica che suonano gli indicatori direzionali – posizionati saldamente in territorio short – ma anche il ritorno prepotente dei timori per un’escalation in Medio Oriente. Le ipotesi di un possibile intervento terrestre degli Stati Uniti, ventilate nonostante il presidente Donald Trump parli pubblicamente di un accordo ormai vicino, hanno riacceso la volatilità sui mercati del Vecchio Continente. Questa tensione, che si traduce in un fiume di acquisti sulle materie prime, spinge il petrolio (Light Sweet Crude Oil) a guadagni superiori al punto percentuale, alimentando l’incertezza su un’inflazione che gli istituti centrali faticano a domare. In questo contesto, lo spread tra Btp e Bund tedesco ha mostrato un leggero miglioramento, attestandosi in area 94 punti base, un movimento che non è però bastato a infondere fiducia nei listini azionari, dove Francoforte, Londra e Parigi si muovono senza slancio.

Inwit nel vortice della disdetta Tim

Scendendo nel dettaglio delle singole vicende societarie a Milano, l’attenzione si concentra inevitabilmente su Inwit, finita nella bufera dopo la decisione del Consiglio di amministrazione di Tim. Quest’ultima ha infatti esercitato la clausola di disdetta del Master Service Agreement in essere, un atto che la società proprietaria delle infrastrutture – la Inwit, per l’appunto – ha prontamente contestato. Secondo la ricostruzione della controllata, l’esercizio incrociato del diritto di opzione avrebbe di fatto sterilizzato la disdetta, prolungando la validità del contratto fino al 2038. In attesa di sviluppi giudiziari o negoziali su questa delicata partita, il mercato ha premiato i venditori: il titolo ha accusato un deciso arretramento, scivolando tra i peggiori del paniere principale insieme a Leonardo e Fincantieri, entrambe sensibili agli umori del comparto difesa.

Manovre su Recordati e lo scenario farmaceutico

Diversa, invece, la partita che si gioca sul tavolo di Recordati, finita sotto la lente di ingrandimento per motivi opposti. Secondo quanto riportato da Bloomberg, il fondo Cvc Capital Partners – di fatto l’azionista di riferimento che guida le danze dal lontano 2018 – starebbe valutando diverse opzioni strategiche per il gruppo farmaceutico. Sebbene l’acquisizione totale della società sia ancora al centro di ragionamenti interni, circola l’ipotesi di potenziali dismissioni di asset, con l’obiettivo di razionalizzare la struttura in vista del possibile delisting. In attesa di chiarimenti ufficiali, il titolo resta osservato speciale, muovendosi in un mercato dove i rialzi veri e propri sono merce rara, limitati a pochi casi specifici come Terna e Snam, dove gli acquisti si sono fatti più si.

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