La Cina divisa tra l'export da record e la deflazione che prosciuga i consumi interni

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L'economia cinese, che pure nel 2025 ha segnato un impressionante surplus commerciale di 1,08 trilioni di dollari nei primi undici mesi, si presenta come un gigante dalle gambe sempre più fragili, incapace di tradurre il successo estero in una solida ripresa della domanda interna. Mentre le esportazioni, infatti, hanno saputo trovare nuovi sbocchi – specialmente in Europa, compensando parzialmente il calo verso gli Stati Uniti – i consumi delle famiglie ristagnano, creando uno stacco, una frattura che le autorità faticano a sanare. Una posizione creditoria netta sull’estero di tre trilioni di dollari, sostenuta anche da asset strategici come la disponibilità di terre rare e una potenza militare di dissuasione, non basta a nascondere il malessere che percorre i mercati interni, dove la prudenza dei consumatori frena ogni slancio.

Il paradosso dei centri commerciali vuoti

Se le statistiche macroeconomiche dipingono un quadro di formidabile potenza, la realtà quotidiana di molti distretti commerciali racconta una storia diversa, fatta di spazi affollati di merce invenduta e di attività che arrancano. Come riportato da analisi di stampa internazionale, in mercati all’ingrosso come quello di Qipu Road a Shanghai, molti venditori si ritrovano a gestire volumi insolitamente alti di resi piuttosto che nuovi ordini, con fatturati e margini di profitto che rimangono ben al di sotto dei livelli pre-pandemici. Questo clima, che alcuni definiscono di "stagnazione deflattiva", scoraggia gli investimenti e innesca un circolo vizioso: i prezzi che calano, in attesa di una ripresa che tarda ad arrivare, inducono a posporre gli acquisti, deprimendo ulteriormente l’economia reale.

La crisi di fiducia nel settore tech

Anche nel comparto high-tech, tradizionale motore di crescita, si registra una spaccatura significativa. Gli analisti, pur prevedendo un aumento complessivo dei profitti del settore attorno al 50% per l’anno in corso, individuano un gruppo di aziande in forte difficoltà. I cosiddetti "Tech Eight" – che includono colossi come Alibaba, Tencent e JD.com – sono attesi a un calo dei profitti del 12%, un dato che evidenzia come la sfiducia nei consumi interni finisca per colpire persino alcuni dei nomi più consolidati. Questo fenomeno suggerisce una transizione dolorosa, dove la crescita futura potrebbe dipendere da attori nuovi o da settori diversi, mentre i vecchi campioni faticano a riconvertire i propri modelli di business in un mercato domestico che non crea sufficiente domanda.

Il nodo della produzione eccessiva

All’origine di molte di queste tensioni vi è un cronico squilibrio tra la capacità produttiva, rimasta ipertrofica, e l’assorbimento interno, che non decolla. La spirale deflattiva, di cui si discute molto, nasce proprio dallo scontro tra un’offerta di beni sterminata e una domanda che, per una serie di fattori tra cui l’incertezza economica e la crisi del settore immobiliare, non riesce a tenere il passo. Il risultato è un’economia a due velocità, dove il settore estero continua a correre, sfruttando anche le divisioni geopolitiche – come quelle tra Stati Uniti e Europa sulle politiche doganali – mentre il mercato interno arranca, intrappolato in dinamiche che le semplici misure di stimolo non sono state finora in grado di sciogliere.

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