Greenpeace e agricoltori contro l’intesa Ue-Mercosur, un patto da 4 miliardi per le imprese
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Redazione Interno
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L’Unione Europea ha dato il suo primo, cruciale via libera all’accordo commerciale con i Paesi del Mercosur, un patto definito “storico” e che, nel quadro geopolitico ridefinito dalla presidenza di Donald Trump, assume un peso strategico inedito. La decisione, sostenuta anche dall’Italia che ha votato a favore citando “garanzie” ottenute, arriva dopo un quarto di secolo di trattative intricate e non placa però le forti preoccupazioni sollevate da più fronti. L’organizzazione ambientalista Greenpeace Italia, da subito, ha bollato l’intesa come una “grave minaccia per le foreste e per l’agricoltura europea”, sottolineando come il testo ignori, a suo dire, i costi ambientali e sociali di un commercio ampliato. Il rischio paventato è un aumento delle importazioni di materie prime la cui produzione è spesso associata a fenomeni di deforestazione, unito a un vantaggio accordato a poche grandi aziende a danno di una fetta più ampia del tessuto produttivo continentale.
Le proteste negli stati membri e i timori per il settore primario
A pochi giorni dall’annuncio di Bruxelles, le piazze hanno già iniziato a risuonare di malcontento. In Irlanda, ad Athlone, diverse migliaia di agricoltori sono scesi in strada per protestare contro quello che percepiscono come un accordo squilibrato, capace di minare la sopravvivenza delle aziende agricole europee esponendole a una concorrenza dalle regole diverse sul piano ambientale e sociale. Quelle irlandesi non sono voci isolate, ma rappresentano l’apice di un movimento di opposizione che da mesi attraversa il continente e che vede una parte significativa del mondo rurale schierata in difesa dei propri modelli produttivi. La Lega, in Italia, ha espresso il suo netto dissenso, allineandosi a una corrente di scetticismo che percorre diversi Stati membri, preoccupati per l’impatto sui propri mercati interni.
Le opportunità economiche per il sistema Italia
Dall’altro lato della medaglia, per il sistema imprenditoriale, e in particolare per quello italiano, le prospettive dischiuse dall’accordo sono valutate in maniera diametralmente opposta. I numeri evocati parlano di un potenziale di business che, nel medio termine, potrebbe raddoppiare, toccando un giro d’affari complessivo di circa 14 miliardi di euro. Un elemento immediato e concreto è rappresentato dalla cancellazione di dazi particolarmente gravosi, una mossa che, unita alle nuove opportunità di export, promette vantaggi stimati in circa 4 miliardi di euro nel breve periodo. Per il made in Italy, che punta a toccare il traguardo dei 700 miliardi di export entro il 2027, i mercati dinamici di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay sono considerati una leva fondamentale per una crescita ulteriore, offrendo uno sbocco cruciale in un momento di ridefinizione degli equilibri globali.
Un equilibrio complesso tra geopolitica, economia e ambiente
Il via libera all’accordo, dunque, non chiude la partita ma apre una fase delicatissima di implementazione e monitoraggio. Da una parte, c’è la spinta geopolitica ed economica a consolidare un’alleanza commerciale tra due blocchi continentali, un segnale di apertura in un panorama internazionale spesso segnato da tensioni protezionistiche. Dall’altra, permangono forti le pressioni da parte di chi chiede che gli impegni formali in materia di sostenibilità e tutela delle foreste non restino lettera morta, ma siano tradotti in meccanismi verificabili e sanzionabili. La sfida per le istituzioni europee sarà proprio quella di governare questa transizione, cercando di contemperare l’esigenza di offrire nuove prospettive alle imprese con la necessità, sempre più stringente, di garantire che il commercio internazionale non avvenga a scapito della salvaguardia ambientale e della stabilità del settore agricolo dentro i propri confini.




