Il nuovo oro non luccica e non è nero. Per l’Europa si trova nel riciclo, il miglior modo per raggiungere autosufficienza e sostenibilità
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Redazione Economia
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Nonostante il raggiungimento di una tregua tra Stati Uniti e Iran e la riapertura, seppur temporanea, dello Stretto di Hormuz, la guerra non è finita e il trauma logistico innescato dal conflitto è tutt’altro che risolto. C’è ancora incertezza sugli approvvigionamenti di idrocarburi, tanto che lo spettro dei razionamenti di carburante continua ad aggirarsi per l’Europa, Italia compresa; a sottolinearlo è stato il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, il quale ha recentemente parlato di “criticità” specifiche per il jet fuel, il carburante per aerei, senza peraltro escludere interventi mirati per gestire l’emergenza. La dipendenza dalle rotte estere, in particolare da quel nodo strategico che è il Golfo Persico, ha messo a nudo le fragilità di un sistema che, di fronte alla minima scossa geopolitica, rischia di incepparsi. Ed è proprio in questo contesto di perenne instabilità che il Vecchio Continente riscopre, suo malgrado, il valore strategico di ciò che si butta: i rifiuti.
La risposta europea: rilancio della Circular Plastics Alliance
Di fronte a questo scenario, la Commissione Europea ha deciso di rimettere in moto la macchina della Circular Plastics Alliance (CPA), un’iniziativa nata nel 2018 nell’ambito della European Strategy for Plastics e ora riattivata con rinnovato vigore. L’obiettivo originario, ambizioso, puntava a raggiungere le 10 milioni di tonnellate di plastica riciclata impiegate nei prodotti nuovi entro il 2025; oggi, la ripartenza dell’alleanza rappresenta un tentativo di dare una struttura più solida e inclusiva alla cooperazione lungo l’intera catena del valore, quella che va dai produttori di materie prime fino ai riciclatori, passando per i trasformatori. Il nuovo comitato di gestione, dove siederanno anche rappresentanti del settore privato come Plastics Recyclers Europe, ha già annunciato la creazione di tre gruppi di lavoro: il primo si occuperà di analizzare le sfide del settore, il secondo di identificare le priorità per le indagini commerciali, mentre il terzo sarà dedicato al rafforzamento della sorveglianza del mercato e alla formazione delle autorità doganali. Un passaggio cruciale riguarda lo sviluppo di codici doganali separati per i polimeri riciclati, una misura pensata per distinguere nettamente ciò che è vergine da ciò che viene dal recupero, evitando così pratiche sleali.
L’appello compatto della filiera: azioni urgenti
La filiera europea delle materie plastiche, una volta tanto compatta, ha accolto con favore questa intenzione, ma ha subito alzato la voce per chiedere azioni mirate, concrete e urgenti. Le tre associazioni che rappresentano rispettivamente trasformatori (European Plastics Converters), riciclatori (Plastics Recyclers Europe) e produttori (Plastics Europe) hanno lanciato un vero e proprio appello a Bruxelles affinché non si perda tempo. Il settore, come testimoniano le cronache recenti, è “a un punto di rottura”. La richiesta è chiara: servono misure per ripristinare una concorrenza leale, magari introducendo dazi speculari sulle importazioni per favorire il riciclo made in Europe, ma anche un taglio dei costi energetici e un giro di vite sui controlli per fermare l’ingresso di materiale non conforme che falsa il mercato. Senza questi interventi, avvertono gli operatori, l’Europa rischia non solo di mancare gli obiettivi del Green Deal, ma anche di assistere a una deindustrializzazione che porterebbe con sé posti di lavoro e capacità produttiva.
Rifiuti in aumento e il nodo della prevenzione
Mentre politici e industriali discutono di dazi e dogane, la realtà dei numeri, fornita da Eurostat, dipinge un quadro che complica ulteriormente la partita. Nel 2024, ogni cittadino europeo ha prodotto in media 517 chilogrammi di rifiuti urbani: sono sei in più rispetto all’anno precedente e ben 38 in più rispetto al 2014. Un dato che segna un’inversione di tendenza o, meglio, la conferma di un trend di crescita che cozza violentemente con gli obiettivi di prevenzione. Se è vero che il riciclo migliora – si è passati dal 43% del 2014 al 48,1% del 2024, con una media di 248 kg a testa riutilizzati – è altrettanto vero che questo progresso viene in parte vanificato dall’aumento dei volumi complessivi. A crescere in maniera preoccupante sono soprattutto i rifiuti da imballaggio, mentre la riduzione dello spreco alimentare procede a rilento. In pratica, si ricicla di più, ma si continua a gettare via ancor di più, e la prevenzione a monte – l’unica vera soluzione strutturale – resta il grande tasto dolente di una politica ambientale che fatica a disincentivare il consumo eccessivo di risorse.




