L’Europa punta sulle miniere di terre rare, ma l’Italia arranca tra ritardi e riciclo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre l’Unione Europea spinge per riaprire le miniere di materie prime critiche, fondamentali per raggiungere l’autonomia energetica e ridurre la dipendenza da Paesi terzi, l’Italia sembra ancora ancorata a logiche superate, senza una strategia chiara sull’estrazione e una mappatura aggiornata dei giacimenti. «Non esiste una mappatura esaustiva», conferma Simone Vezzoni, coordinatore della sezione Giacimenti minerari della Società Geologica Italiana, evidenziando un ritardo che risale agli anni Ottanta e Novanta.

Stéphane Séjourné, vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega alla Strategia industriale, ha ribadito la necessità di «aprire nuove miniere in Europa» per avviare «una piccola rivoluzione nella catena del valore industriale». Ma se da un lato l’obiettivo è ridurre la dipendenza da Cina e altri attori globali, dall’altro l’estrazione e la lavorazione di terre rare e minerali critici comportano un costo ambientale e sociale non trascurabile, motivo per cui le ong hanno già espresso forti critiche.

Tra i 47 progetti strategici approvati dall’Ue per potenziare la filiera delle materie prime, quattro riguardano l’Italia, localizzati in Veneto, Toscana, Lazio e Sardegna. Un segnale che, almeno sulla carta, il Paese potrebbe giocare un ruolo nel panorama europeo. Tuttavia, mentre Bruxelles punta sull’estrazione, l’Italia sembra preferire la via del riciclo, una scelta che, sebbene sostenibile, rischia di lasciarla indietro nella corsa alle risorse strategiche.

La Commissione, oltre a spingere per l’autosufficienza, ha introdotto una strategia di «preparazione» alle crisi, siano esse militari o climatiche, che si inserisce in un contesto più ampio di sicurezza industriale e resilienza. Un piano che, se da un lato mira a ridurre le vulnerabilità, dall’altro solleva interrogativi sugli equilibri tra sviluppo economico e tutela ambientale.

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