Il Libano di nuovo sotto le bombe, migliaia di sfollati dormono per strada a Beirut

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La capitale libanese, Beirut, è tornata a essere l’epicentro di una crisi umanitaria dalle proporzioni drammatiche. Centinaia di famiglie, spinte alla fuga dai pesanti bombardamenti israeliani che hanno preso di mira il sud del Paese e la periferia meridionale della città, hanno trascorso l’ultima notte all’addiaccio, trasformando piazze pubbliche, lungomari e persino le proprie automobili in estremi rifugi. Coperte stese sui marciapiedi, bambini che cercano di dormire tra il frastuono della città e la paura costante di un nuovo allarme: questa è l’immagine che restituisce Beirut in queste ore, con le zone centrali della metropoli — finora in gran parte risparmiate dagli attacchi diretti — che si trovano ora a dover assorbire un esodo di proporzioni vaste. Il governo libanese, come riferito da operatori umanitari presenti sul territorio, ha stimato che circa trentamila persone siano già state costrette ad abbandonare le proprie case, ma il numero è in rapida e costante evoluzione, e gli shelter predisposti, circa centosettanta gestiti dai ministeri in collaborazione con le ong, non bastano più a contenere l’emergenza.

L’espansione dell’offensiva terrestre e la fragilità della tregua

L’attuale escalation segna un drammatico punto di rottura del cessate il fuoco faticosamente raggiunto nel novembre del 2024. L’esercito israeliano ha infatti dato il via a una nuova e significativa fase di mobilitazione, dispiegando proprie unità — tra cui la 91esima Divisione — in territorio libanese e andando così ad aggiungersi ai cinque punti di stazionamento in cui le forze di difesa israeliane erano rimaste dopo la firma dell’accordo. Il ministro della Difesa israeliano ha parlato della necessità di creare un “ulteriore livello di sicurezza” per le comunità di confine nel nord di Israele, un’operazione presentata come difensiva ma che comporta l’avanzata e il mantenimento di nuove posizioni dominanti oltre il confine. Fonti locali riferiscono che l’esercito libanese si è ritirato da almeno sette postazioni in prima linea lungo la frontiera, un riposizionamento che evidenzia la vulnerabilità delle istituzioni statali di fronte alla nuova ondata di violenza.

L’innesco di questa nuova fase bellica è complesso e affonda le radici in tensioni mai sopite. Nonostante l’intesa del 2024, l’Idf non aveva mai interrotto del tutto le sue operazioni, accumulando oltre tremila violazioni segnalate dalla data della tregua. La situazione è degenerata dopo che Hezbollah, il movimento sciita libanese, ha lanciato una serie di attacchi con razzi e droni contro il nord di Israele. Un’azione, questa, giustificata dal gruppo come una risposta “legittima” di autodifesa dopo quindici mesi di continue violazioni da parte israeliana e come atto di rappresaglia per l’uccisione della guida suprema iraniana, avvenuta nell’ambito dell’offensiva congiunta israelo-americana contro l’Iran. Le stesse fonti precisano che, sebbene Hezbollah avesse inizialmente assicurato che non avrebbe reagito, la decisione di colpire ha di fatto offerto a Tel Aviv il pretesto per scatenare l’offensiva su larga scala, colpendo non solo il sud ma anche il cuore di Beirut, con raid mirati contro presunti comandanti e infrastrutture del partito sciita nel quartiere di Dahieh.

La testimonianza dal terreno: attacchi incessanti e popolazione in ostaggio

Sul campo, la realtà è fatta di attacchi continui e di una popolazione che paga un prezzo altissimo in termini di vite umane e sofferenza. Come confermato da operatori umanitari presenti a Beirut, i bombardamenti non si sono mai realmente arrestati neppure dopo il cessate il fuoco, ma la loro intensità è oggi drammaticamente aumentata, con raid che si susseguono ogni due o tre ore. Il ministero della Salute libanese ha già registrato decine di vittime, tra cui molti civili, e centinaia di feriti a seguito delle ultime ondate di attacchi, che hanno colpito aree densamente popolate causando il collasso delle già precarie vie di fuga. La popolazione del sud del Libano e della periferia sud di Beirut è stata oggetto di ordini di evacuazione massicci, che hanno riguardato oltre sessanta villaggi, spingendo intere famiglie verso la capitale o verso regioni come Baalbek e Hermel, dove la presenza di organizzazioni umanitarie cerca di far fronte all’emergenza distribuendo cibo, coperte, materassi e kit igienici di prima necessità.

Le voci che giungono da Beirut raccontano di un incubo che ritorna. Sacerdoti e missionari italiani presenti in città descrivono una situazione di terrore silenzioso, con il ronzio costante dei droni che solcano il cielo e il boato delle bombe che si abbattono sui palazzi, colpendo con una violenza che non lascia scampo e senza più quel preavviso che in passato consentiva almeno di evacuare gli edifici. Don Giorgio, parroco della chiesa di St. Joseph Amonot, ha allestito un rifugio per gli sfollati del sud, ma la lista d’attesa è già lunghissima, e molti restano in strada. Il vicario apostolico di Beirut ha lanciato un grido d’allarme, parlando di una “voragine irreparabile” in cui il Paese è già precipitato, vittima di “giochi di potere” e di interessi economici che nulla hanno a che fare con la fede e con il bene della popolazione, lasciata in balìa di strategie espansionistiche e di una violenza che appare ormai fuori controllo.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.