La grande fuga dal Libano: già mezzo milione di sfollati, Beirut è un immenso accampamento
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Redazione Esteri
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Tappeti di auto bloccate in una chilometrica coda alle porte di Beirut, diventata nel frattempo un immenso accampamento improvvisato con famiglie accampate sui marciapiedi, bambini che dormono sui sedili delle auto, cartoni stesi sull’asfalto e perfino greggi di pecore trascinate in città da chi è fuggito senza voler abbandonare l’unica fonte di sostentamento. Sono alcune immagini che giungono dalla capitale libanese, ormai travolta dall’arrivo di centinaia di migliaia di sfollati in fuga dai bombardamenti israeliani nel sud del paese, nella valle della Bekaa e nella stessa periferia sud della città, quella Dahiyeh che rappresenta la roccaforte di Hezbollah. L’esercito israeliano, dopo aver dichiarato di aver effettuato ventisei ondate di attacchi durante la notte contro i centri di comando e i depositi di armi della milizia sciita, ha emesso un ordine di evacuazione senza precedenti, e la popolazione sta lasciando la zona ormai da giorni, in un esodo che non accenna a placarsi.
La periferia sud di Beirut non conosce tregua, e lo spettro che si aggira per il paese è quello di una nuova guerra civile, con un governo che ripudia Hezbollah e i suoi alleati iraniani, ma che al contempo chiede aiuto ai paesi amici per fermare quella che definisce un’aggressione. Il primo ministro libanese, Nawaf Salam, intervenuto davanti a un gruppo di ambasciatori a Beirut, ha lanciato l’allarme su quella che ha definito una "catastrofe umanitaria" in atto, invitando la cosiddetta comunità internazionale a fare pressione su Israele perché vengano risparmiate le infrastrutture civili. I numeri, del resto, parlano chiaro: il ministero della sanità libanese ha conteggiato centoventitré uccisi e oltre seicento feriti negli attacchi israeliani che si sono succeduti dal 2 al 5 marzo, un bilancio destinato purtroppo a salire, considerando i raid odierni nel sud, nella Bekaa e nella capitale.
Non si tratta, però, di un conflitto improvviso. Come spiega Virginia Sarotto, rappresentante in Libano di Arcs – Culture solidali, i bombardamenti israeliani non si erano mai interrotti, neppure dopo il cessate il fuoco del novembre 2024, e la differenza sostanziale risiede oggi nella loro intensità, divenuta martellante. Ogni due, tre ore, gli attacchi colpiscono non solo il sud, ma anche zone come Baalbek ed Hermel, aree rurali dove il tessuto produttivo, basato su attività agricole e casearie a livello familiare, viene sistematicamente distrutto, costringendo all'esodo anche chi non ha mai impugnato un'arma. E così, se da un lato Israele annuncia una nuova fase della guerra, con il presidente americano Donald Trump che rilascia dichiarazioni roboanti ("Stiamo demolendo l'Iran"), dall'altro lato la popolazione civile libanese paga il prezzo più alto, accampandosi ovunque trovi un fazzoletto di terra: sulla Corniche, il lungomare di Beirut, o nei pochi spazi verdi della capitale, come nei presso della grande piazza dei martiri.
Dahiyeh nel mirino, la resa dei conti con Hezbollah
Dahiyeh, il quartiere a sud di Beirut, è diventato l'epicentro della risposta israeliana. Per Tel Aviv, si tratta della resa dei conti finale, l'occasione per eliminare una volta per tutte la milizia sciita di Hezbollah, colpendo ciò che non era stato raggiunto nel 2024. I raid israeliani hanno preso di mira non solo le infrastrutture e il quartier generale del partito armato, ma anche, e questo è il punto dolente, le zone residenziali densamente popolate dove Hezbollah è radicato. Un avvertimento, quello lanciato con gli altoparlanti dei drone, che ha scatenato il panico e una fuga disperata: la gente è stata vista allontanarsi in auto e a piedi, mentre le strade di Beirut restavano bloccate dal traffico di migliaia di residenti in fuga verso nord, verso Tripoli e il Monte Libano. Chi non ha i mezzi per andarsene, resta, accampato dove capita.
Il gruppo sciita, dal canto suo, ha rivendicato il lancio di razzi verso una colonia israeliana in Alta Galilea, un attacco avvenuto contro la località di Sasa, a sud della linea di demarcazione tra i due paesi, motivandolo come risposta "al sangue puro del leader supremo dei musulmani", l'ayatollah Ali Khamenei, e come atto legittimo di autodifesa dopo quindici mesi di violazioni del cessate il fuoco da parte israeliana. Una spirale violenta in cui ogni azione genera una reazione, e in cui la popolazione rimane in trappola.
La crisi si allarga: l'ambasciata italiana trasferita a Baku
Mentre il Libano brucia, il conflitto allarga il suo raggio d'azione. La Repubblica Islamica è stata accusata dall'Azerbaigian di avere lanciato droni sul proprio territorio, colpendo il terminal dell'aeroporto di Nakhchivan e ferendo due civili. Accuse prontamente respinte da Teheran, che ha invece suggerito come Israele possa essere dietro a queste operazioni, con l'obiettivo di seminare discordia tra le nazioni musulmane. In questo quadro di tensione regionale, l'Italia ha preso una decisione drastica: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato la chiusura temporanea dell'ambasciata a Teheran, con il personale diplomatico trasferito a Baku, in Azerbaigian, a seguito di una missione che ha consentito il passaggio al confine di una cinquantina di italiani. Una misura di sicurezza, ha spiegato Tajani, simile a quella adottata da altri paesi, che non implica una rottura delle relazioni diplomatiche ma che testimonia la gravità del momento.
Un esodo senza precedenti e la paura di non farcela
Sulle coste di Beirut e lungo le autostrade, la scena che si presenta agli occhi degli osservatori è apocalittica. Oltre mezzo milione di sfollati, secondo le stime, vagano in cerca di un riparo. I rifugi messi a disposizione dalle autorità non bastano per tutti, e così si vedono famiglie accampate anche sulla Corniche, il lungomare della capitale. Il racconto di un uomo, Jamil, ripreso da una troupe televisiva, riassume la disperazione collettiva: "Dormiamo per strada: qualcuno nella propria auto, altri invece sulla spiaggia. Ecco che cosa vuol dire essere sfollato. Non avevo mai dormito così in tutta la mia vita". A sud, la situazione non è migliore, e se per Beirut e per i villaggi è arrivato un ordine di evacuazione, a Sidone un palazzo è stato colpito con precisione, un attacco a sorpresa che ha ucciso sette persone. Il Libano, sempre più fragile e spaccato, trattiene il fiato, mentre il conto alla rovescia per una nuova, possibile guerra civile è già iniziato.




