Il rebus della grazia a Minetti e l’ombra dei festini in Uruguay: l’Interpol e i nodi dell’istruttoria
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Redazione Interno
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Estate 2026. La vicenda della grazia concessa dall’allora presidente Mattarella a Nicole Minetti — un atto dovuto a urgenti ragioni umanitarie legate allo stato di salute di un minore adottato dalla coppia — si riapre con il rumore sordo delle carte processuali che arrivano da oltreoceano. La Procura generale di Milano si muove su un crinale sottile, costretta a barcamenarsi tra la discrezionalità della scelta presidenziale e la necessità di fare luce su elementi che, almeno sulla carta, sembrerebbero stridere con il presupposto del "radicale cambiamento di vita" della beneficiaria. A tenere aperto il varco investigativo non è solo la curiosità mediatica, ma la testimonianza di una donna che per vent’anni ha lavorato alle dipendenze del compagno di Minetti, il noto imprenditore Giuseppe Cipriani, nella tenuta uruguaiana "Gin Tonic". Le sue parole, cariche di dettagli che definire scabrosi è poco, descrivono un ambiente lontano anni luce dall’immagine di riservatezza e dedicazione familiare che aveva giustificato il provvedimento di clemenza.
Le verifiche dell’Interpol e il dilemma della rogatoria
La macchina giudiziaria, seppur in sordina, ronza da mesi. Fonti investigative confermano che l’attenzione si è concentrata sulla figura di Mabel De Los Santos Torres, una massaggiatrice che ha prestato servizio nella tenuta e che si è detta pronta a formalizzare il proprio racconto purché le venga garantita la massima protezione. Il timore di ritorsioni, dice lei, è reale. Per i magistrati milanesi si pone un evidente problema tecnico: come procedere quando il reato presupposto (il mantenimento di un sistema di favoreggiamento) si sarebbe consumato in territorio straniero? L’ipotesi di una rogatoria internazionale è sul tavolo, sebbene la strada appaia irta di ostacoli normativi e di lentezza burocratica. Più agile, invece, appare la via tracciata tramite i canali di cooperazione di polizia. L’Interpol, su sollecitazione italiana, ha già avviato le verifiche per accertare la veridicità delle dichiarazioni della testimone, sondando la disponibilità delle autorità uruguaiane a collaborare senza i formalismi pesanti di una richiesta giudiziale formale. Una sfida notevole, se si considera che manca ancora una denuncia ufficiale della diretta interessata; un silenzio che lascia spazio a molte interpretazioni, ma che non blocca l’attività istruttoria delegata dal ministero della Giustizia.
La testimone e l’accusa: «Minetti non è cambiata per niente»
Le dichiarazioni della massaggiatrice, riportate dalla stampa nazionale, dipingono una realtà diametralmente opposta a quella descritta nei documenti presentati al Quirinale. La donna descrive un viavai continuo di modelle e ragazze — qualcuna, sostiene lei, addirittura minorenne — arrivate in Uruguay da Brasile, Argentina e Italia. «Nicole Minetti non è mai cambiata», avrebbe dichiarato la fonte, sostenendo che l’ex consigliera regionale avrebbe di fatto ricoperto ancora il ruolo di organizzatrice di serate, selezionando le ragazze in base all’aspetto e curandone "l’abbigliamento e il parrucchiere". Un’accusa pesante, questa, perché colpisce il cuore del presupposto della grazia: la clemenza venne concessa perché si riteneva che la donna si fosse allontanata da certi ambienti per dedicarsi esclusivamente alla cura di un bambino gravemente malato. Secondo la testimone — circostanza che i legali della coppia hanno immediatamente bollato come «falsità» e frutto di una «violenta campagna mediatica» — il piccolo sarebbe invece stato affidato quasi esclusivamente alle cure di una tata locale, mentre Minetti sarebbe rimasta immersa in un giro di "amici" facoltosi.
I legali parlano di menzogne e il giallo dell’adozione
La replica degli avvocati Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra non si è fatta attendere, anzi, è stata categorica: tutte le circostanze raccontate dalla massaggiatrice sono «del tutto inveritiere» e, giurano, facilmente smentibili documenti alla mano. Hanno già annunciato azioni legali contro chi rilancia queste tesi, difendendo la reputazione della coppia e la regolarità della procedura adottiva che, da parte uruguaiana, era stata seguita secondo la legge. E c’è un nodo che rende il quadro ancora più complicato: il bambino al centro della vicenda. Le sue condizioni di salute furono il motivo principale per strappare Minetti all’affidamento in prova; eppure, dalle verifiche incrociate emergerebbero anomalie sulla gestione del caso e sulla presunta "incompatibilità" delle cure con la detenzione domiciliare in Italia. Il ministero della Giustizia, infatti, ha sottolineato che nessuno degli elementi negativi emersi dagli organi di stampa constava agli atti della procedura quando venne dato il nulla osta. Ma quella era ieri. Oggi la Procura è al lavoro per capire se l’idea di un "cambiamento di vita" fosse un semplice atto di fiducia nelle carte, o una bugia costruita per aggirare la legge.




