La risposta di Misty Copeland a Timothée Chalamet e il massacro degli Oscar
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un modo, per chi appartiene al mondo della danza, di rispondere a chi quella stessa arte la sminuisce, e Misty Copeland l’ha scelto con l’eleganza che solo una prima ballerina può permettersi. Sul red carpet della 98ª edizione degli Academy Awards, la Copeland ha sfoggiato un completo su misura firmato David Koma che era molto più di un semplice abito da cerimonia: composto da una gonna lunga in seta bianca e da un blazer nero fortemente scollato, arricchito da volant bianchi che richiamavano esplicitamente la foggia di un tutù, il suo look è diventato una dichiarazione. Un tributo alla sua forma d’arte, il balletto, che arrivava a pochi giorni di distanza dalla difesa pubblica che la stessa ballerina aveva dovuto imbastire in seguito ai commenti virali di Timothée Chalamet, finiti suo malgrado al centro di un vespaio di polemiche. L’attore, nel corso di un’intervista, aveva infatti lasciato intendere che a nessuno, ormai, importasse più qualcosa del balletto e dell’opera, suscitando le ire di addetti ai lavori e estimatori, e la stessa Copeland non aveva esitato a definire “deludenti” quelle parole.
Se la risposta della ballerina è arrivata sul tappeto rosso con la sofisticatezza di un abito, quella del mondo dello spettacolo nei confronti di Chalamet si è materializzata con ben altra ferocia direttamente dal palco del Dolby Theatre. Il temuto e atteso “massacro” del trentenne attore, candidato come miglior attore protagonista per il film Marty Supreme, si è puntualmente verificato, e con una precisione che è sembrata quasi coreografata. Il primo a scagliare la frecciata è stato il conduttore della serata, Conan O’Brien, che nel monologo di apertura ha scherzato sulle misure di sicurezza eccezionali, giustificandole con il timore di possibili attacchi provenienti proprio “dalle comunità dell’opera e del balletto”. Una battuta che ha immediatamente scaldato l’atmosfera e messo in chiaro come la controversia non sarebbe stata ignorata. E così è stato: nel corso della trasmissione, Alexandre Singh, uno dei registi del cortometraggio Two People Exchanging Saliva, vincitore nella sua categoria, ha dedicato parte del suo discorso a una difesa appassionata delle forme d’arte, sottolineando come teatro e balletto possano cambiare le anime delle persone, un intervento letto da molti come un’ulteriore, implicita replica alle dichiarazioni dell’attore.
La serata per Chalamet, che molti pronosticavano come la notte della sua definitiva consacrazione, si è così trasformata in un vero e proprio calvario. Non solo per le battute e le stilettate ricevute, ma per il verdetto finale giunto dall’Academy. Nonostante le nove candidature accumulate da Marty Supreme, il film è uscito dalla cerimonia a mani assolutamente vuote, senza portare a casa nessuna delle statuette per cui era in lizza, inclusa quella più ambita per il miglior attore, soffiatagli da Michael B. Jordan, premiato per la sua interpretazione in Sinners. Un dato, questo, che colloca la pellicola di Josh Safdie in una poco invidiabile lista di film con nove o più nomination e zero vittorie, un club ristretto che annovera pellicole del calibro di The Color Purple e Quei bravi ragazzi. L’amaro risultato ha suggellato una notte da dimenticare per l’attore, partito come favorito dopo i successi ai Golden Globe e ai Critics’ Choice Awards, ma la cui corsa si era progressivamente indebolita, complice anche una campagna promozionale giudicata da alcuni fin troppo invadente e un’aura di eccessiva sicurezza che avrebbe finito per infastidire una parte dei votanti.




