Sì al prestito Ue da 90 mld a Kiev e nuove sanzioni a Mosca, cade il veto ungherese dopo la riapertura dell’oleodotto Druzhba
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Redazione Esteri
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Bruxelles. La notizia, nell’aria da qualche giorno, è diventata realtà poco dopo le undici e mezza di questa mattina, quando l’oleodotto Druzhba – quel colossale sistema di tubature che, attraversando il territorio ucraino, trasporta il greggio russo verso Ungheria e Slovacchia – ha ripreso a pulsare. La sua interruzione, avvenuta a fine gennaio a causa di un danneggiamento (un’azione attribuita ai russi, sebbene Budapest avesse provato a gettare ombre su Kiev), aveva innescato una paralisi nelle forniture e, di conseguenza, un durissimo braccio di ferro diplomatico. Con il petrolio che torna a scorrere, però, si è sciolto anche il nodo che bloccava le decisioni europee: a Bruxelles, il veto di Budapest è definitivamente caduto, e gli ambasciatori dei Ventisette hanno dato il via libera a un pacchetto da 90 miliardi di euro per Kiev e al ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.
Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una svolta concreta nel sostegno alla resistenza ucraina. Il maxi-prestito, che verrà erogato nell’arco di due anni, è destinato in larga parte (circa sessanta miliardi) a finanziare lo sforzo bellico e la ricostruzione del sistema difensivo, un flusso di risorse che Mosca non potrà ignorare. Parallelamente, le nuove misure restrittive colpiscono con durezza la cosiddetta “flotta ombra” russa, quella massa di petroliere antiquate e assicurate opache che permette al Cremlino di aggirare i precedenti embargo vendendo il proprio greggio sui mercati globali. Una mossa che mira a seccare uno dei principali rivoli di finanziamento della macchina da guerra russa.
Il nodo Druzhba, la dipendenza energetica e la svolta elettorale a Budapest
Per comprendere lo stallo dei mesi scorsi, occorre guardare al profondo legame che ancora tiene Ungheria e Slovacchia agganciate agli idrocarburi russi. L’oleodotto Druzhba (che in russo significa “amicizia”, un nome di una pesante ironia in questo contesto) era stato sabotato da un attacco, e il governo uscente di Viktor Orbán aveva accusato l’Ucraina di averne ritardato volutamente la riparazione per fare leva sulla sua sicurezza energetica. Una versione, quella del ricatto, fermamente respinta da Kiev, che ha sempre parlato di danni bellici causati dai droni nemici.
Fondamentale, in questo frangente, è stato l’esito delle recenti elezioni presidenziali ungheresi. La sconfitta di Orbán – avvenuta solo dieci giorni fa – e l’ascesa del nuovo premier Peter Magyar (ancora non formalmente insediato ma già politicamente attivo) hanno spazzato via l’ostruzionismo. Senza più l’incubo del veto magiaro, la procedura scritta avviata dal Coreper (il comitato dei rappresentanti permanenti) è destinata a chiudersi entro domani a mezzogiorno senza intoppi, trasformando l’accordo in un fatto compiuto. Il ministro uscente del governo Orbán ha parlato di “leale cooperazione”, ma è evidente che il cambio di passo sia stato dettato più dal voto popolare che da un improvviso ravvedimento.
Il ringraziamento di Zelensky e i segnali dai colloqui di pace
Da Kiev, il presidente Volodymyr Zelensky non ha tardato a commentare la svolta, definendola “il segnale giusto nelle circostanze attuali” e ribadendo che l’Ucraina ha rispettato i propri impegni riparando l’infrastruttura danneggiata. “Ci aspettiamo – ha aggiunto il leader ucraino – che anche la parte europea faccia la sua parte”, alludendo a un futuro di piena integrazione comunitaria che, con la caduta del veto, appare oggi meno nebuloso.
Mentre sul campo la guerra continua a mietere vittime – come testimoniano i recenti raid su Odessa e sulla stazione di Zaporizhzhia – il tavolo dei negoziati riserva sorprese inaspettate. Secondo quanto riportato da alcune fonti citate dal New York Times, negli ultimi colloqui di pace i funzionari ucraini avrebbero avanzato una proposta singolare: quella di ribattezzare la porzione contesa del Donbass “Donnyland”, un chiaro omaggio al presidente americano Donald Trump. Una mossa, quella suggerita dai mediatori, che riflette la realtà brutale di una diplomazia globale in cui ogni governo cerca di capitalizzare sulla vanità della nuova amministrazione Usa per garantirsi il suo sostegno. Un’ironia della storia, se si considera che è stato proprio durante il mandato di Trump che le tensioni con Mosca si erano riaccese su altri fronti.




