L’estate dei voli contati: cherosene agli sgoccioli e lo stetto di Hormuz come tagliola
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Redazione Economia
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Il blocco del traffico delle petroliere nello Stretto di Hormuz – quel passaggio obbligato attraverso cui, in condizioni normali, transita circa il 20% del petrolio mondiale e una fetta rilevante di jet fuel – ha trasformato una crisi geopolitica lontana in un’emergenza concreta per chiunque, in Europa, stia pensando a dove andare in vacanza tra giugno e agosto. Non è solo una questione di rincari, sebbene questi già si vedano: il punto, piuttosto, è la disponibilità fisica del carburante. Perché senza cherosene, gli aerei non decollano. E la scadenza che tiene svegli i piani alti delle compagnie aeree è il 9 aprile: quel giorno, la petroliera Rong Lin Wan dovrebbe attraccare a Rotterdam con l’ultimo carico di cherosene partito dal Golfo Persico prima che lo Stretto diventasse di fatto una gola invalicabile.
Conto alla rovescia sul carburante: perché il 9 aprile non è un giorno come gli altri
Da quella data in poi, se la situazione in Medio Oriente non dovesse evolvere – e al momento non ci sono segnali di riapertura del canale – il flusso di carburante per l’aviazione europea subirà un restringimento drastico. Il problema non è l’oggi, dove le riserve tengono, ma ciò che potrebbe accadere tra la fine di aprile e l’inizio di maggio. È lì che si gioca la partita vera: se le scorte di cherosene cominceranno a scarseggiare, le compagnie dovranno decidere quali rotte tagliare, quali scali ridurre e, in estrema ratio, quali voli cancellare del tutto. Nessuna compagnia lo ha ancora dichiarato apertamente, ma il ragionamento interno – lo si coglie tra le righe degli annunci ufficiali – è già partito.
Biglietti più cari e valigie a peso d’oro: il segnale che arriva dagli Stati Uniti
Alcune compagnie hanno già iniziato a muoversi, e i loro canali ufficiali raccontano di aumenti strutturali dei prezzi. L’americana Jet Blue, per esempio, ha annunciato un rincaro delle tariffe per il bagaglio, giustificandolo con “l’aumento dei costi operativi”. Una frase, questa, che suona come un campanello d’allarme: “Pur riconoscendo che gli aumenti delle tariffe non sono mai l’ideale – ha spiegato la compagnia – valutiamo attentamente che tali modifiche vengano implementate solo quando necessario”. Non è difficile tradurre: il carburante costa di più, e qualcuno dovrà pur pagare. Che poi quel qualcuno sia il passeggero, con la sua valigia, è una scelta che nessun vettore ha mai fatto mistero di adottare. Tanto più adesso che alla Casa Bianca, va ricordato, siede di nuovo Trump – un presidente che sulle forniture energetiche e sulle rotte commerciali ha sempre avuto posizioni chiare, per quanto imprevedibili nelle applicazioni.
Non solo aerei: il rischio di blocco si allarga a navi e camion
Ma l’orizzonte è più ampio del trasporto aereo. In un contesto geopolitico già segnato da tensioni internazionali e ripercussioni dirette sui mercati energetici, la pressione sull’intero sistema produttivo – terrestre e marittimo – si acuisce di giorno in giorno. Il costo del carburante cresce, e con esso il costo medio delle merci. Solo che stavolta non si parla soltanto di rincari: si apre concretamente il rischio di un rallentamento, fino allo stop, dei trasporti. Navi che restano in rada perché non c’è gasolio, camion bloccati alle pompe, aerei fermi sulle piste. Non è uno scenario apocalittico, almeno non ancora. Ma è una possibilità che i governi – senza fare troppo rumore – hanno già iniziato a mettere nei loro piani di emergenza.




