Aeroporti europei a corto di cherosene entro venti giorni, l’allarme di Aci Europe
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Redazione Interno
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Il conto alla rovescia, per quanto silenzioso, è scandito da numeri precisi che iniziano a circolare nei palazzi di Bruxelles e nelle torri di controllo del Vecchio continente: secondo una lettera inviata dall’associazione Aci Europe (l’ente che rappresenta oltre 600 scali in 55 Paesi) al commissario europeo ai trasporti Apostolos Tzitzikostas, le riserve di carburante per aerei potrebbero esaurirsi nel giro di tre settimane. Una previsione, questa, che il Financial Times ha definito come l’inizio di una crisi “sistemica”, laddove lo Stretto di Hormuz – da cui transita circa il 40% delle forniture mondiali di cherosene – non dovesse riaprire in maniera completa e stabile entro la fine del mese. Non si tratta, va detto, di una semplice ipotesi logistica legata a un eventuale ritardo nelle consegne, ma di una vera e propria emergenza strutturale che rischia di fermare le rotte commerciali e, con esse, l’intero indotto turistico europeo.
Le scorte agli sgoccioli e il rischio di una paralisi estiva
La missiva di Aci Europe, visionata da diverse agenzie di stampa internazionali, dipinge uno scenario tutt’altro che rassicurante: i vettori aerei stimano al momento di avere a disposizione quantità di cherosene sufficienti solo per poche settimane, mentre i fornitori diretti non garantiscono più le consegne oltre il mese di maggio. Questa cronaca di una crisi annunciata arriva proprio mentre l’Europa si appresta a vivere la stagione turistica più importante dell’anno, quel trimestre estivo durante il quale la connettività aerea – lo ricorda l’associazione – sostiene milioni di posti di lavoro e genera una fetta considerevole del Pil continentale. A rendere la situazione ancora più complessa, sottolinea la stessa fonte, c’è la mancanza di un monitoraggio unico a livello Ue: al momento, non esiste una mappatura comune che valuti la produzione e la disponibilità di jet fuel nei vari Stati membri, un vuoto informativo che impedisce qualsiasi coordinamento efficace in caso di emergenza.
Le tensioni geopolitiche alle spalle del rincaro
Se lo Stretto di Hormuz rimane il nodo cruciale della vicenda – un passaggio obbligato per le petroliere dirette in Europa –, le conseguenze di questa strozzatura si vedono già nei listini dei prezzi. Il costo del carburante per aerei, secondo i dati raccolti dalle agenzie specializzate, è più che raddoppiato nelle ultime settimane, passando da circa 750 dollari a tonnellata a valori che hanno ampiamente superato quota 1.500 dollari, con picchi di oltre 1.800 dollari toccati la scorsa settimana. Un incremento che, da solo, sta già costringendo diverse compagnie a rivedere le proprie operazioni: alcune, come la statunitense Delta Air Lines, hanno annunciato tagli alla capacità proprio per assorbire l’extra-costo del carburante, mentre in Asia il Vietnam ha già avviato piani di razionamento.
La posizione di Assaeroporti e la riunione di lunedì a Bruxelles
In Italia, dove nei giorni scorsi alcuni scali avevano segnalato limitazioni temporanee nella fornitura (problematiche legate a un singolo fornitore e non direttamente imputabili al blocco di Hormuz), il presidente di Assaeroporti Carlo Borgomeo ha provato a stemperare gli animi. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Borgomeo ha spiegato come, a suo avviso, sia “difficile, direi quasi impossibile, prevedere una data dalla quale bisogna cominciare a preoccuparsi seriamente”, aggiungendo che allo stato attuale le scorte garantirebbero la normale operatività almeno fino alla fine di maggio. Una cautela, quella del numero uno degli operatori italiani, che non cancella però l’urgenza della questione: lunedì prossimo il collegio della Commissione Europea si riunirà in una giornata inconsueta per discutere proprio della crisi dei carburanti, mentre i ministri delle Finanze e i banchieri centrali saranno impegnati a Washington per le riunioni primaverili di Fondo monetario e Banca mondiale.




