Carenza di carburante negli aeroporti Ue: l’allarme «sistemico» di Aci Europe e il conto alla rovescia sulle riserve
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Redazione Economia
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Se entro la fine del mese lo Stretto di Hormuz non dovesse riaprire completamente in maniera stabile, gli aeroporti europei rischiano di restare a secco. A lanciare il grido d’allarme, attraverso una lettera indirizzata al commissario Ue ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas e visionata dal Financial Times, è il Consiglio internazionale degli aeroporti europei (Aci Europe), l’associazione di categoria che rappresenta oltre 600 scali in 55 Paesi, coprendo di fatto quasi la totalità dei voli commerciali del Vecchio continente. Nel documento, i gestori parlano chiaro: le attuali scorte di carburante – la cui entità varia ovviamente da un hub all’altro – garantiscono un’autonomia residua di circa tre settimane, dopodiché il rischio concreto è quello di dover lasciare i velivoli a terra con i motori spenti, in quella che viene definita una possibile «carenza sistemica».
La dipendenza dal Golfo e il nodo logistico della raffinazione
Il nodo della questione, va detto, non risiede solo nel greggio grezzo ma nella catena di approvvigionamento del jet fuel, quel carburante già raffinato che serve specificamente all’aviazione. L’Europa, nonostante le sue infrastrutture avanzate, importa una fetta rilevante di questo prodotto proprio dall’area del Golfo Persico; fonti di settore citate dalla stampa internazionale indicano che oltre il 60% del fabbisogno continentale dipende da quelle raffinerie, con una percentuale stimata tra il 40% e il 50% che transita fisicamente attraverso lo Stretto di Hormuz. Il problema, spiegano gli analisti, è che mentre per il greggio esistono condotti alternativi, per il carburante aereo raffinato non ci sono percorsi sostitutivi immediati. A complicare ulteriormente il quadro, poi, c’è la variabile temporale: anche in caso di riapertura immediata della via d’acqua, come ha ricordato l’amministratore delegato della Iata William Walsh, servirebbero «mesi per tornare alle forniture necessarie a far volare i 35.000 aerei che compongono le flotte civili del pianeta».
Prezzi raddoppiati e le prime avvisaglie di razionamento in Italia
Il mercato, intanto, ha già registrato l’impatto della crisi. Il costo del jet fuel è più che raddoppiato rispetto ai periodi precedenti il conflitto, passando da circa 750 dollari a tonnellata a valori che hanno sfiorato i 1.650 dollari, con punte che in alcune rilevazioni arrivano a toccare i 1.838 dollari. E se a livello europeo non si registrano ancora interruzioni massive dei voli, l’Italia rappresenta in qualche modo un laboratorio anticipatore delle tensioni. Nei giorni scorsi, quattro scali nazionali – tra cui Bologna, Venezia, Treviso e Milano Linate – hanno introdotto temporanee limitazioni ai rifornimenti, decise da un grande operatore come Air bp Italia, dando priorità ai servizi di emergenza come le ambulanze aeree e ai voli a lungo raggio. È bene precisarlo: si è trattato di razionamenti temporanei legati a un problema specifico del fornitore e non direttamente attribuibili al blocco di Hormuz, ma l’episodio ha messo in luce la fragilità di un sistema che, come ammettono gli stessi gestori, funziona per flussi continui piuttosto che per grandi accumuli.
La risposta dei grandi hub italiani e la strategia europea assente
La situazione, per quanto critica, presenta forti disparità geografiche. I grandi hub come Roma-Fiumicino, Milano-Malpensa e Bergamo-Orio al Serio, al momento, non segnalano particolari problemi di carenza. E, fatta eccezione per alcune rotte verso l’Asia e il Medio Oriente dove Lufthansa e altre compagnie orientali hanno già annunciato riduzioni, non si prevedono tagli ai voli nazionali e internazionali nel prossimo ponte di maggio o per l’estate. Tuttavia, il vero tallone d’Achille potrebbe rivelarsi la mancanza di coordinamento a Bruxelles. Nella lettera, Aci Europe ha criticato aspramente l’assenza di una mappatura e di un monitoraggio a livello europeo sulla produzione e la disponibilità del carburante, avvertendo che affidarsi «solo alle forze del mercato e all’adattamento» non è un’opzione praticabile. Le compagnie low cost, come Ryanair, hanno già ventilato l’ipotesi di dover tagliare fino al 10% dei voli se la stretta dovesse continuare, mentre i fornitori stessi, spiegano i vettori, non sono più in grado di garantire le consegne oltre la fine di maggio.




