Stretto di Hormuz quasi bloccato, l’Unctad lancia l’allarme: “rischio sistemico globale”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ombra di una nuova crisi energetica si allunga sull’economia mondiale, e stavolta il grilletto non è un’opa sui giacimenti né un cartello tra produttori, bensì il fragore delle operazioni militari che da fine febbraio hanno trasformato lo Stretto di Hormuz in un imbuto invalicabile. A certificare il deterioramento, ormai rapido e inarrestabile nelle sue conseguenze, è un aggiornamento dell’analisi dell’Unctad – l’organismo delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo – che aveva già lanciato il primo segnale d’allarme lo scorso 10 marzo. Da allora, la situazione è solo peggiorata: il passaggio delle navi attraverso quel corridoio strategico, attraverso cui transita una fetta rilevante del greggio mondiale, è crollato del 95% in poche settimane. Per avere un’idea della portata del fenomeno, basti pensare che a febbraio si registrava una media di 129 transiti giornalieri, mentre a marzo se ne contano appena sei. Un dato, questo, che da solo restituisce l’idea di una paralisi senza precedenti in tempi recenti.

L’effetto domino oltre i mercati energetici

L’analisi dell’Unctad, che ha il merito di non limitarsi a guardare il prezzo del petrolio in tempo reale, conferma invece un allargamento del contagio verso comparti che solo apparentemente sono lontani dal conflitto. Le interruzioni nelle forniture di greggio – spiega il rapporto – stanno già generando pressioni inflazionistiche non soltanto sui carburanti, ma anche sui generi alimentari e sui beni industriali, con una trasmissione che avviene attraverso il canale dei costi di trasporto e della scarsità di materie prime. In questo quadro, un’osservazione arriva da Pimco, il gigante della gestione degli investimenti, secondo cui «ogni settimana che passa aumenta i costi economici del conflitto con l’Iran». La frase, contenuta in una nota riservata ai clienti poi filtrata parzialmente, sottolinea un aspetto cruciale: con l’erosione delle scorte – quelle che ancora resistono nei silos e nei depositi asiatici – gli effetti delle interruzioni persistenti potrebbero presto intensificarsi, fino a generare quelle che Pimco definisce «implicazioni recessive per l’economia globale».

Carenze energetiche e catene di approvvigionamento

Uno dei passaggi più inquietanti dell’analisi della società di gestione riguarda la propagazione delle carenze lungo le catene di approvvigionamento globali. Inizialmente, ammette Pimco, i primi a subire il colpo saranno i grandi distretti industriali asiatici: Giappone, Corea del Sud, Cina e India, paesi che dipendono in larga misura dal greggio che attraversa Hormuz. Ma non finisce qui. Le carenze energetiche, una volta radicatesi in quelle economie, si tradurranno in minori esportazioni di semilavorati e componenti verso l’Europa e il Nord America. Il risultato sarà una sorta di effetto a cascata, fatto di ritardi nelle consegne, fermate degli stabilimenti e, inevitabilmente, pressioni sui prezzi al consumo. Un meccanismo che ricorda da vicino le tensioni vissute durante la pandemia, ma con una differenza non marginale: allora il problema era la logistica, oggi è la disponibilità fisica della materia prima.

L’onda d’urto di JPMorgan: prima l’Asia, poi il resto

A dare una dimensione geografica e temporale a questo scenario ci ha pensato JPMorgan Chase, i cui analisti hanno elaborato una mappa dettagliata che mostra con precisione quando l’impatto del blocco di Hormuz colpirà le diverse aree del pianeta. Non si tratta, come precisano gli stessi autori dello studio, di un effetto immediato e uniforme, bensì di una vera e propria “onda d’urto” che si propaga da est verso ovest, seguendo i tempi delle rotte commerciali del petrolio. Secondo questa rappresentazione – che incrocia dati sulle scorte, capacità di raffinazione alternative e tempi di navigazione – l’Asia è la prima regione a subire gli effetti, con un picco atteso entro poche settimane dall’inizio del blocco. L’Europa segue a distanza, mentre gli Stati Uniti – dove Trump è di nuovo presidente – potrebbero beneficiare inizialmente di una maggiore autonomia energetica, pur senza restarne del tutto immuni.

Prezzi in salita e il fantasma degli anni Settanta

A più di un mese dall’inizio delle operazioni militari di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, gli effetti economici a livello globale sono già concreti. Il prezzo del petrolio ha ripreso a correre, e con essi sono aumentati i costi dell’energia e quelli dei generi alimentari, in un contesto di paralisi e incertezza che avvolge lo Stretto di Hormuz come una morsa. Gli aumenti, però, non sono finiti. Secondo alcuni esperti che hanno partecipato alle riunioni tecniche dell’Unctad – e le cui valutazioni sono state riassunte nel rapporto del 2 aprile – l’impatto di una guerra prolungata potrebbe assomigliare a quello della crisi petrolifera degli anni Settanta. All’epoca, le quotazioni del greggio quadruplicarono in pochi mesi, innescando stagflazione e recessione in quasi tutti i paesi occidentali. La differenza, oggi, sta nell’interconnessione delle catene del valore: più sono globalizzate, più diventano fragili.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.