Ilva di Taranto, la Corte d’Appello di Milano ordina lo stop dell’area a caldo entro 90 giorni
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Redazione Interno
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Una decisione che arriva come un fulmine a ciel sereno, destinata a sconvolgere gli equilibri di una delle vertenze industriali più complesse e travagliate del Paese. La Corte d’Appello di Milano, accogliendo il reclamo presentato dall’associazione "Genitori Tarantini" e da altre formazioni civiche, ha ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto, ex Ilva, entro il termine perentorio di novanta giorni.
Un provvedimento che non solo impone un fermo tecnico degli impianti, ma subordina ogni eventuale riavvio alla completa rimozione dell’amianto e all’adeguamento delle emissioni di polveri sottili entro i limiti di sicurezza stabiliti, gettando così un'ombra lunga e minacciosa sul futuro dell'intero polo industriale.
La decisione dei giudici e le motivazioni del provvedimento
Il verdetto della sezione imprese della Corte meneghina si inserisce in un iter giudiziario già segnato da precedenti significativi, come il sequestro dell’altoforno 1, confermato circa un mese e mezzo fa dalla Corte di Cassazione che aveva respinto il ricorso dell'azienda. Stavolta, però, i giudici sono andati oltre, stabilendo un cronoprogramma stringente per la messa in sicurezza del sito.
Secondo quanto ricostruito, l'ordinanza si fonda sulla constatazione che le emissioni inquinanti e la persistente presenza di materiali nocivi, come l'amianto, costituiscono un pericolo concreto e attuale per la salute pubblica, tale da giustificare l'interruzione forzata delle attività produttive legate al ciclo del caldo.
La sospensione, quindi, non è più una misura cautelare legata a un singolo impianto, ma un vero e proprio stop generalizzato a un'intera area strategica, con la condizione che non si potrà riprendere la produzione fino a quando non saranno eseguiti gli interventi di bonifica e messa in norma imposti dal tribunale.
Le ricadute sulle trattative per la cessione del gruppo
La tempesta giudiziaria si abbatte sulla compagine societaria proprio nel momento più delicato della partita, coincidente con la fase calda delle trattative per la cessione degli asset del gruppo. Sul tavolo dei commissari straordinari e del governo giacciono le offerte del fondo americano Flacks Group e del gruppo indiano Jindal, due colossi internazionali che hanno manifestato il loro interesse per il polo siderurgico di Taranto.
Il provvedimento della Corte, tuttavia, rischia di far naufragare queste negoziazioni, alterando in modo sostanziale i termini e le valutazioni economiche alla base delle proposte di acquisto.
Gli acquirenti, infatti, si troverebbero ora a dover fare i conti con un piano industriale che prevede lo spegnimento degli impianti a caldo per un trimestre, con conseguenti costi di riavvio, perdite di produzione e l'incognita dei tempi e delle risorse necessarie per gli adeguamenti ambientali richiesti; una prospettiva che potrebbe rivelarsi dissuasiva e portare al ritiro delle manifestazioni d'interesse, facendo così saltare l'intera operazione di salvataggio dell'Ilva.
Le reazioni politiche e lo stanziamento del governo
Mentre l’azienda annuncia la ferma intenzione di impugnare il decreto, il governo ha immediatamente cercato di arginare gli effetti devastanti della sentenza, almeno sul fronte delle rassicurazioni finanziarie e della continuità amministrativa. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha comunicato un ulteriore stanziamento di 100 milioni di euro a favore dell'amministrazione straordinaria di Ilva, risorse destinate a completare il percorso di cessione delle attività che erano state circoscritte all'area a freddo.
Un intervento, come dichiarato dallo stesso ministro, che si rendeva necessario per aggiornare il piano alla luce della nuova sentenza, al fine di salvaguardare il lavoro e gli stabilimenti.
L’annuncio, arrivato al termine di un Consiglio dei ministri, testimonia la preoccupazione dell’esecutivo per le possibili ripercussioni occupazionali e industriali, anche se le parole di Giorgetti – "le sentenze sono sentenze" – hanno tradito l’imbarazzo di una maggioranza che si trova a dover gestire un accadimento giudiziario che, di fatto, riscrive le regole del gioco nella trattativa per la cessione dell'ex Ilva.
Un futuro incerto tra bonifiche e prospettive occupazionali
Con lo spettro della chiusura del ciclo a caldo che si materializza in un arco di tempo definito, il destino dei lavoratori e dell'intera economia tarantina resta appeso a un filo sottilissimo. L'ordine di fermo non solo mette in discussione le attuali produzioni, ma solleva interrogativi enormi sulla capacità del sistema impresa di adempiere alle prescrizioni della magistratura entro il limite dei novanta giorni, un'impresa che molti osservatori definiscono già titanica, se non impossibile.
La palla passa ora ai commissari e al ministero delle Imprese e del Made in Italy, chiamati a districarsi tra l'urgenza di una bonifica ambientale senza precedenti e la necessità di mantenere viva un'opzione industriale per evitare il tracollo del sito. Mentre gli avvocati dell'azienda preparano il ricorso per cercare di bloccare l'efficacia del decreto, il tempo stringe e le prospettive per l'area a caldo di Taranto non sono mai apparse così fosche, in bilico tra l'adempimento di un'obbligazione giudiziaria e la sopravvivenza di uno dei più grandi complessi siderurgici d'Europa.
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