Graviano in aula: «Mio nonno fece una società con Berlusconi, investì 4-5 miliardi di lire»

Graviano in aula: «Mio nonno fece una società con Berlusconi, investì 4-5 miliardi di lire»
Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
INTERNO Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Interno Redazione Interno   -   Giuseppe Graviano, detenuto in regime di carcere duro a Cagliari e condannato per le stragi del 1993, l'attentato di via D'Amelio e l'omicidio di don Pino Puglisi, ha deposto in videocollegamento davanti ai pubblici ministeri Leopoldo De Gregorio e Lorenzo Gestri nel processo che si celebra al tribunale di Firenze contro Salvatore Baiardo. Il boss di Cosa Nostra ha raccontato di un presunto legame d'affari tra la sua famiglia e Silvio Berlusconi, risalente a oltre cinquant'anni fa.

L'investimento nell'edilizia e la «carta privata»

Secondo la ricostruzione fornita da Graviano, suo nonno Filippo Quartararo avrebbe costituito una società con Silvio Berlusconi tra il 1969 e il 1970, per investire capitali propri e di altre persone nel settore dell'edilizia. «Lui mise 4-5 miliardi di lire ma la somma complessiva dell'investimento era di 20 miliardi di lire», ha dichiarato il boss ai magistrati, precisando che «di tutto quello che si faceva, il 20% era di mio nonno, di chi era che portava questi soldi».

Graviano ha sostenuto di aver appreso di questi affari soltanto dopo la morte del padre, avvenuta nel 1982, quando il nonno gli avrebbe parlato dell'investimento chiedendogli se poteva seguirne la gestione insieme al cugino Salvatore.

A supporto della sua tesi, il detenuto ha menzionato l'esistenza di una «carta privata» che avrebbe attestato l'operazione. Interrogato sui nomi degli investitori presenti nel documento, ha risposto che «c'erano, ma non posso confermare bene», lasciando intendere che tra questi figurasse anche quello di Berlusconi.

L'avvocato difensore di Graviano, Antonio Sanvito, ha riferito ai cronisti che si sarebbe trattato di denaro di provenienza lecita e che la scrittura privata era finalizzata a costituire una società che riconoscesse una quota del 20% agli investitori.

Gli incontri a Milano e il ruolo del cugino Salvatore

Nel corso della deposizione, Graviano ha affermato di aver incontrato Silvio Berlusconi in diverse occasioni, tutte a Milano. Il primo incontro sarebbe avvenuto tra il 1982 e il 1983, in un albergo del capoluogo lombardo, alla presenza del nonno Quartararo e del cugino Salvatore, proprio per essere presentato all'imprenditore. Un secondo incontro risalirebbe al 1986, periodo in cui Graviano era latitante e Berlusconi, secondo il suo racconto, ne era consapevole.

Il terzo e ultimo incontro menzionato sarebbe avvenuto nel dicembre 1993, in un appartamento di un residence con piscina vicino a Milano. «Nell'appartamento c'ero io con mio cugino e con Berlusconi, accompagnato da una persona ma non mi ricordo chi era», ha detto Graviano, spiegando che si trattava di un incontro «per sistemare tutto» e per fissare una data, il febbraio 1994, in cui formalizzare i nomi delle persone da inserire nelle società in cui erano investiti i soldi.

Il boss ha anche ricordato che il 20% delle ricchezze prodotte dagli investimenti sarebbe stato restituito agli investitori e che per la sua famiglia se ne occupava il cugino Salvatore. «Io non ho mai ricevuto nulla da questi investimenti», ha precisato.

Le smentite e il quadro giudiziario

Nel corso della testimonianza, Graviano ha anche affrontato il tema della presunta fotografia che lo ritrarrebbe insieme a Berlusconi e al generale Francesco Delfino, definendola «una falsità». L'esistenza di quello scatto, risalente secondo alcune ricostruzioni al 1992 sul lago d'Orta, è al centro del processo contro Baiardo, accusato di aver negato di aver mostrato l'immagine al giornalista Massimo Giletti.

La difesa di Baiardo ha chiesto la nullità degli atti relativi ai verbali delle dichiarazioni di Graviano, eccezione che è stata respinta dal tribunale.

Va ricordato che le dichiarazioni di Giuseppe Graviano, uomo d'onore di Brancaccio legato a Totò Riina, non hanno finora trovato riscontri documentali o testimoniali. Il boss, che non ha mai collaborato con la giustizia, è detenuto dal 1994 e ha reso analoghe affermazioni in altre sedi giudiziarie, senza che le sue accuse siano mai state confermate da elementi probatori acquisiti. Berlusconi e Marcello Dell'Utri non sono parti del procedimento in corso a Firenze, che vede imputato esclusivamente Salvatore Baiardo.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.