Elsa Rubino dopo l’inferno di Crans-Montana: il ritorno a Torino e la lunga strada della riabilitazione al Cto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono le undici del mattino quando l’elicottero proveniente da Zurigo sorvola la città e si prepara all’atterraggio sul eliporto del Cto, e per Isabella e Lorenzo, i genitori di Elsa Rubino, seduti in auto nel traffico del raccordo, è come se il tempo si fosse fermato e poi ripartito tutto insieme, in un nodo alla gola che stringe e libera allo stesso momento. La quindicenne di Biella, l’ultima dei feriti italiani ancora ricoverata in Svizzera dopo il rogo che nella notte di Capodanno ha devastato il locale Le Constellation di Crans-Montana, è finalmente tornata in Italia. I medici dell’ospedale universitario di Zurigo, dove la ragazza era stata trasportata in condizioni disperate con ustioni che coprivano oltre il sessanta per cento del Corpo, l’hanno dichiarata fuori pericolo di vita, e questo ha reso possibile il trasferimento che molti, nei giorni successivi alla strage, temevano non sarebbe mai arrivato. Ora, per Elsa, si apre una nuova fase, certo non meno complessa, ma che porta con sé il calore di una prossimità diversa, fatta di voci familiari, di accenti noti e della possibilità, per la madre, di stenderle accanto un indumento personale nella stanza d'ospedale.

Un risveglio atteso due mesi e l’abbraccio silenzioso dei compagni di classe

Il risveglio di Elsa dal coma farmacologico, avvenuto il ventidue gennaio, era stato il primo vero segnale che la ragazza, nonostante la violenza di quelle fiamme, aveva intenzione di farcela; i genitori l’hanno descritto come un momento paragonabile alla sua nascita, carico di una commozione che solo chi ha temuto il peggio può comprendere fino in fondo. Da allora, i medici del Kinderspital hanno lavorato senza sosta, intervenendo chirurgicamente più volte, anche con una delicata operazione all’intestino durata oltre dodici ore proprio il giorno dell’Epifania, per stabilizzare un quadro clinico che, per settimane, è rimasto in bilico. E mentre lei lottava in un letto d’ospedale a Zurigo, a Biella, tra i banchi della 2E del liceo linguistico Giuseppe e Quintino Sella, i compagni hanno imparato a convivere con un vuoto che pesava più di ogni zaino sulle spalle: la coordinatrice Paola Sosso ha raccolto in questi mesi decine di pensieri scritti, brevi lettere che i ragazzi hanno voluto affidarle per far sapere a Elsa che la loro classe, senza di lei, non era più la stessa, che mancavano gli ottantasette soprannomi che le avevano affibbiato nel tempo e che quel silenzio improvviso, nelle ore di lezione, faceva più rumore di qualsiasi chiacchiera.

Il trasferimento e le prime parole dei medici: “È scesa sorridendo con il suo palloncino”

Ad accoglierla all’arrivo, al Centro Grandi Ustionati del Cto di Torino diretto dal dottor Massimo Navissano, c’era un’equipe pronta a prendersi carico non solo delle sue ferite fisiche ma anche di quel bagaglio di paura e dolore che una ragazzina di quindici anni non dovrebbe mai dover portare. «È scesa dall’elicottero sorridendo», ha raccontato Navissano, e quel sorriso, per quanto piccolo e probabilmente affaticato, ha rappresentato per tutti una vittoria; stretta al suo palloncino rosso a forma di cuore, quello stesso che l’aveva accompagnata durante i lunghi giorni a Zurigo e che in volo si era gonfiato per via della pressione, Elsa ha messo piede sul suolo italiano mostrando una determinazione che i medici non hanno esitato a definire fondamentale per la sua età. «I quindici anni, in questi casi, contano eccome», ha spiegato ancora il primario, sottolineando come la capacità di recupero e la resilienza tipiche dell’adolescenza possano fare la differenza in un percorso che si preannuncia ancora lungo e irto di ostacoli: la respirazione spontanea, recuperata già da lunedì, è stato il prerequisito che ha reso possibile il trasferimento, ma le ustioni di secondo e terzo grado richiederanno ora un approccio multidisciplinare che coinvolgerà chirurghi plastici, anestesisti, nutrizionisti e fisioterapisti.

La quotidianità della cura e la presenza costante della famiglia

Nei prossimi giorni, Elsa sarà seguita passo dopo passo in un reparto dove le regole di sterilità sono rigidissime ma dove, trattandosi di una minore, è stata garantita alla madre Isabella la possibilità di restarle accanto giorno e notte, dormendo nella stessa stanza; una condizione, questa, che i genitori avevano già sperimentato a Zurigo ma che ora assume il sapore diverso di una normalità ritrovata, o quantomeno di una quotidianità condivisa in terra amica. «Finalmente siamo a casa», ha sospirato la madre, Isabella Donatelli, che proprio in questo istituto insegna e che ora potrà dividersi tra le aule del liceo e la camera d’ospedale, in un cortocircuito emotivo non facile da gestire ma che le consentirà di non lasciare mai sola Elsa. Il padre Lorenzo, più volte intervistato in queste settimane, ha sempre mantenuto un profilo misurato ma trasparente, raccontando l’inferno vissuto e quella felicità trattenuta che oggi, però, può finalmente esprimersi senza il timore di infierire su una ferita ancora aperta: la prossima settimana, spiega, si saprà qualcosa di più sui tempi e le modalità della riabilitazione, ma per ora l’importante è che Elsa sia qui, che respiri da sola e che abbia ripreso a sorridere.

Un dolore che non si chiude e il ricordo di chi non c’è più

La tragedia di Crans-Montana, con il suo bilancio di quaranta morti e centosedici feriti, resta però sullo sfondo di ogni passo avanti, di ogni miglioramento clinico, perché se è vero che Elsa ce l’ha fatta, è altrettanto vero che molti altri ragazzi e ragazze, coetanei della quindicenne biellese, non torneranno mai a casa. La madre Isabella, parlando ai cronisti all’indomani del trasferimento, ha voluto ricordare proprio questo aspetto, dicendo che l’inferno sarà davvero finito solo quando anche gli amici ricoverati al Niguarda di Milano e tutti coloro che non conoscono personalmente saranno fuori pericolo. Un pensiero che va oltre il legittimo sollievo personale e che abbraccia quella rete di famiglie distrutte dal lutto o sospese nell’attesa, come quella di Achille Barosi, il sedicenne scomparso nel rogo e alla cui memoria, durante l’ultimo Festival di Sanremo, Achille Lauro ha voluto dedicare una canzone, Perdutamente, che la madre del ragazzo era solita cantare con lui in macchina. Elsa, intanto, ha ripreso a studiare, o almeno a farsi spiegare le lezioni, e i compagni, che per due mesi hanno riempito il suo banco vuoto di messaggi e speranze, ora sanno che il prossimo passo sarà rivederla, anche se in ospedale, anche se con le stampelle o con le bende, perché l’importante è che ci sia, che sia tornata e che abbia ancora voglia di lottare.

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