Il ritorno di Elsa: «Due mesi terribili, ma la mia bambina è un'eroina»
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Redazione Interno
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Un palloncino rosso a forma di cuore, tenuto stretto tra le dita durante il trasferimento in elicottero e poi nell'ingresso al Centro Traumatologico Ortopedico di Torino, è forse il segno più tenero eppure più potente di una rinascita che in molti, dopo quella notte di fine anno a Crans-Montana, osavano appena sperare. Elsa Rubino, la quindicenne di Biella rimasta vittima dell'incendio divampato nel locale Le Constellation nella notte di Capodanno, è tornata in Italia. Dopo quasi due mesi di ricovero nell'ospedale di Zurigo, la ragazza – che ha riportato ustioni sul 55-60 per cento del Corpo e che è stata in coma per ventidue giorni – è stata dichiarata ufficialmente fuori pericolo, un termine che i medici utilizzano con la cautela che si riserva ai casi complessi ma che per la famiglia rappresenta il primo, vero approdo dopo una traversata in mare aperto.
La fine di un incubo clinico e l'inizio di una nuova fase
Ad accogliere Elsa, nel reparto Grandi Ustionati del CTO diretto dal dottor Massimo Navissano, c'era un'équipe multidisciplinare pronta a prendere in carico una paziente la cui storia clinica, in Svizzera, è stata segnata da interventi delicatissimi e da infezioni – una su tutte quella batterica all'intestino – che hanno complicato il decorso post-operatorio. Il trasferimento, autorizzato solo dopo che Elsa ha ripreso a respirare in modo autonomo, segna il passaggio dalla fase acuta a quella che i sanitari definiscono di cura e riabilitazione a lungo termine; un percorso che richiederà tempo, pazienza e l'intervento combinato di chirurghi plastici, fisioterapisti e nutrizionisti. «È una paziente molto delicata», ha spiegato Navissano, «che ha ancora tanti problemi aperti», ma l'adolescenza, in questi frangenti, gioca un ruolo fondamentale: la capacità di recupero e di reazione psicofisica di una ragazza di quindici anni non è paragonabile a quella di un adulto, e i medici confidano in questa resilienza.
Le parole di una madre: l'inferno e la speranza condivisa
Isabella Donatelli, la madre, non ha mai lasciato sola Elsa in questi due mesi: è stata con lei a Zurigo, e ora potrà dormire nella sua stessa stanza al CTO, in quelle camere singole dove le rigide norme di sterilità si piegano alla necessità, per una minorenne, di avere un genitore accanto. «Siamo molto felici di esserci riavvicinati a Biella», ha dichiarato la donna all'arrivo in ospedale, visibilmente provata ma con un filo di voce che tradiva la gioia di un traguardo raggiunto. Ha definito i mesi trascorsi in Svizzera «un inferno», una parola pesante che nella sua bocca acquisiva il peso specifico delle notti in bianco, delle attese in sala operatoria e della paura di perdere la propria bambina. Ma il sollievo personale, nella sua riflessione, si allarga immediatamente agli altri: «Lo sarà veramente», ha aggiunto riferendosi alla fine dell'incubo, «solo quando anche tutti i ragazzi, i suoi amici che sono al Niguarda e quelli che non conosciamo personalmente, riusciranno a uscire da questo inferno». Un pensiero che abbraccia il destino degli altri feriti, dei coetanei di Elsa ancora ricoverati a Milano, e che trasforma una gioia privata in un auspicio collettivo.
I dettagli di un arrivo e la normalità ritrovata
Il volo in elicottero da Zurigo a Torino avrebbe potuto essere un ulteriore trauma, e invece Elsa, non appena atterrata, ha mostrato un sorriso che chi l'ha vista descrive come autentico. Un sorriso che spiccava su un viso, il suo, miracolosamente risparmiato dalle fiamme – a differenza di gran parte del – e che ha immediatamente rotto la tensione dell'accoglienza. Tra le mani, come un talismano, quel palloncino rosso a forma di cuore che l'aveva accompagnata durante la degenza svizzera e che durante il trasporto, a causa della pressione in quota, si era gonfiato in modo comico, strappando probabilmente una risata anche alla ragazza. Sono dettagli apparentemente minori, ma che raccontano di una quindicenne che, nonostante tutto, rimane una ragazzina: una ragazzina che, come ha sottolineato la madre, «non vedeva l'ora di tornare» anche per poter rivedere gli amici e magari, in un futuro che si spera prossimo, riallacciare i fili di un'istruzione interrotta. La priorità, ora, resta la continuità terapeutica, e la direzione sanitaria ha già garantito che le informazioni sul suo stato verranno comunicate con discrezione, nel rispetto della privacy di una minorenne e della sua famiglia.
Il quadro giudiziario e i numeri della strage
Mentre Elsa inizia il suo percorso di riabilitazione nel capoluogo piemontese, le indagini sulla strage di Capodanno a Crans-Montana proseguono senza sosta. Il rogo, sviluppatosi per cause ancora al vaglio degli inquirenti svizzeri all'interno del locale Le Constellation, ha causato la morte di quarantuno persone, delle quali sei erano giovanissimi italiani. Centoquindici i feriti, molti dei quali in modo gravissimo, e tra questi Elsa era rimasta l'ultima cittadina italiana ancora ricoverata in Svizzera, essendo stata trasferita solo ora. Il suo rientro in Italia chiude simbolicamente la fase delle emergenze transfrontaliere, ma apre quella, ben più lunga e complessa, della giustizia e della verità. Gli inquirenti stanno esaminando i sistemi di sicurezza del locale, le vie di fuga e la dinamica esatta dell'incendio, in un'inchiesta che coinvolge esperti e consulenti tecnici, e che dovrà fare luce su una delle più gravi tragedie avvenute in una località turistica elvetica negli ultimi decenni.




