L’affare Antonello, l’opera bifacciale e il toto-sede: chi si aggiudicherà l’Ecce Homo?
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’operazione, condotta in extremis dal Ministero della Cultura attraverso la Direzione Generale Musei, ha sottratto al mercato privato internazionale una tavoletta di straordinaria rilevanza: si tratta, come confermano le ricostruzioni storiche, della prima versione conosciuta del tema dell’Ecce Homo realizzata dal maestro siciliano, un unicum nel suo catalogo non solo per l’iconografia, ma anche per la natura bifacciale del supporto -1. Il prezzo pagato, 14,9 milioni di dollari (poco meno di 12,6 milioni di euro), è stato versato alla casa d’aste Sotheby's di New York, che stava per battere il lotto nella sua vendita di Master Paintings -1. Se da un lato l’acquisizione è stata accolta con favore dalla critica, che sottolinea come si tratti del ritorno nel demanio pubblico di un bene di valore inestimabile, dall’altro ha immediatamente scatenato un acceso dibattito sulla sua destinazione finale, una disputa che coinvolge direttamente direttori di musei, amministrazioni regionali e storici dell’arte -2-7.
L’opera, di dimensioni contenute e dipinta su entrambi i lati, raffigura sul recto il Cristo coronato di spine, con il classico parapetto in primo piano che media il dialogo tra il sacro e l’osservatore; sul verso, invece, campeggia la figura di san Girolamo penitente, inserita in un paesaggio roccioso e poetico che richiama esplicitamente la lezione fiamminga appresa da Antonello durante la sua formazione giovanile, verosimilmente a Napoli nella bottega di Colantonio -2-3. Il valore scientifico dell’opera, come spiegano gli esperti, risiede proprio in questa fase giovanile dell’artista, un periodo meno documentato da opere firmate e datate, in cui la fusione tra la luce mediterranea e la precisione analitica nordica raggiunge esiti di straordinaria modernità -2-3. Non è quindi soltanto un oggetto di devozione privata, ma un manifesto programmatico della poetica di Antonello, un uomo che, come avrebbe scritto Leonardo Sciascia, fu “irreversibilmente condizionato” dai luoghi e dagli ambienti in cui visse, portando sempre con sé, nei suoi spostamenti, l’identità profonda della sua terra.
La partita a tre: la Sicilia rivendica le sue radici, Napoli punta su Capodimonte
La prima ipotesi circolata con insistenza, suffragata da indiscrezioni stampa che vedrebbero in prima linea il direttore del Museo di Capodimonte, Eike Schmidt, vorrebbe la tavoletta destinata al polo museale partenopeo -2. Una scelta che avrebbe una sua logica storico-artistica, data la formazione napoletana del pittore e la possibilità di mettere l’Ecce Homo in dialogo con le opere di Colantonio e con quel crogiolo di culture provenzali, spagnole e fiamminghe che caratterizzava la corte aragonese. Tuttavia, la reazione della Sicilia non si è fatta attendere. L’assessore regionale ai Beni culturali, Francesco Paolo Scarpinato, ha già avviato un’interlocuzione formale con il Ministero, rivendicando con forza il legame “profondo tra il Maestro e la sua regione d’origine” e offrendo piena collaborazione per un’eventuale allocazione dell’opera sull’isola, nella città natale dell’artista -7.
La posizione siciliana è sostenuta con argomenti pregnanti da Chiara Savettieri, professoressa associata di Storia della critica d’arte all’Università di Pisa, la quale ha analizzato il contesto originario del dipinto. La studiosa, in un intervento ripreso dalla stampa locale, sottolinea come l’iconografia dell’Ecce Homo, con elementi peculiari come il cappio attorno al collo di Cristo, sia stata letteralmente inventata da Antonello per rispondere alle esigenze devozionali delle confraternite legate all’Osservanza francescana attive a Messina, di cui l’artista stesso era un adepto -2. La destinazione “naturale” dell’opera, pertanto, sarebbe il Museo regionale di Messina, dove potrebbe dialogare con gli altri frammenti superstiti della produzione dell’artista, mentre le ipotesi che portano a Venezia o Milano vengono giudicate dalla docente come del tutto inappropriate, estranee al contesto geografico e culturale in cui la tavola vide la luce -2.
Un dibattito acceso tra opportunità scientifica e campanilismo culturale
Oltre alle considerazioni filologiche, però, la disputa assume i contorni di una complessa partita politica e mediatica. Da un lato c’è chi, come l’ex direttore degli Uffizi oggi a Capodimonte, può contare su una struttura museale di primordine e su una visibilità internazionale consolidata; dall’altro c’è una regione che vede in questo dipinto non solo un trofeo, ma un tassello fondamentale per la ricostruzione della propria identità culturale, spesso martoriata da eventi sismici e dispersioni. La stessa rarità dell’opera, come osservato, è tale che soltanto una quarantina di dipinti sono oggi attribuiti con certezza ad Antonello, e di questi molte versioni dell’Ecce Homo sono già disperse in musei stranieri come il Metropolitan Museum di New York, la National Gallery di Londra o il Louvre -1-3. Tenere in Italia, e possibilmente nel luogo dove quel “nuovo sguardo” sul volto di Cristo è stato concepito, questa testimonianza appare a molti studiosi una scelta obbligata.
Resta ora da capire quale sarà la decisione del Ministero, che dovrà bilanciare le legittime aspirazioni territoriali con la necessità di garantire al capolavoro la migliore fruizione pubblica possibile. La tavola, che documenta la genesi di una ricerca pittorica destinata a culminare nelle più celebri e mature versioni di Genova e Piacenza, è un tassello troppo prezioso per restare imbrigliato in polemiche campanilistiche, ma è altrettanto vero che, come sosteneva Sciascia, l’essere siciliano di Antonello non fu un dato anagrafico, bensì una lente attraverso cui lesse il mondo -3-10. La partita, dunque, è aperta.




