Il rumore urbano causa 12mila morti l'anno, la Sima: "Troppo rumore fa male al cuore"
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Redazione Salute
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Non è soltanto una questione di fastidio, di quelle notti in cui si fatica a prendere sonno a causa del traffico o del trambusto serale. L’inquinamento acustico, quello prodotto dal traffico veicolare e dalla vita frenetica delle metropoli, rappresenta un fattore di rischio concreto per la salute dei cittadini, incidendo in maniera profonda sul benessere cardiovascolare. La Società italiana di medicina ambientale (Sima), nel rilanciare le più recenti stime dell’Agenzia europea dell’ambiente, ha lanciato un allarme chiaro: l'esposizione cronica al rumore, quella a cui sono sottoposti oltre cento milioni di europei, contribuisce in modo significativo all'insorgenza di patologie gravi. Ogni anno, secondo l’analisi, si contano circa 48mila nuovi casi di cardiopatia ischemica direttamente collegabili a questo fattore, e il dato che più colpisce è quello relativo alla mortalità, con 12mila decessi prematuri attribuibili al troppo rumore. A queste si aggiungono milioni di persone che convivono con disturbi del sonno e livelli di stress elevatissimi, elementi che, a cascata, aggravano ulteriormente il quadro clinico generale.
Un cocktail tossico per il cuore, l’Esc aggiorna le linee guida
Il tema non è nuovo, ma la comunità scientifica sta ampliando il pericoloso identikit dei nemici del cuore. Se finora l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sullo smog e sui classici fattori di rischio come fumo, ipertensione e sedentarietà, oggi il quadro si fa più complesso. L’European Society of Cardiology (ESC), con un documento di consenso in corso di pubblicazione sull’European Heart Journal, ha aggiornato le proprie linee guida introducendo ufficialmente nuovi fattori di rischio ambientale. Questi “acceleratori silenziosi” delle malattie cardiache, tra cui rientrano a pieno Titolo l’inquinamento acustico e luminoso, agiscono attraverso un meccanismo d’azione comune: provocano stress ossidativo, infiammazione cronica, disfunzione endoteliale e alterazione dei ritmi circadiani. Non si tratta quindi di un singolo fattore scatenante, ma di un vero e proprio “multi-inquinamento”, una sinergia tossica che spiega in parte gli oltre 5,5 milioni di decessi cardiovascolari su un totale di circa 20 milioni che si registrano ogni anno nel mondo. A Milano, nel corso del seminario internazionale “RESPIRAMI”, gli esperti hanno ribadito come l’esposizione prolungata al particolato fine e ad altri agenti inquinanti, inclusi i Pfas e le microplastiche, richieda un approccio integrato di salute pubblica.
Meccanismi biologici e impatto silenzioso del rumore sulla pressione
Ma come agisce esattamente il rumore sul nostro organismo? A spiegarlo sono i meccanismi fisiologici che si innescano anche quando non percepiamo il frastuono come un fastidio cosciente. L’esposizione cronica al rumore, specialmente quello notturno legato al traffico, agisce come un fattore di stress continuo: il reagisce secernendo ormoni come il cortisolo e l’adrenalina. Queste sostanze, nel tempo, portano a un aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, mantenendo il sistema cardiovascolare in uno stato di perenne allerta. Anche quando il rumore non sveglia la persona, può interferire con la qualità del sonno, frammentandolo e impedendo quel fisiologico abbassamento notturno della pressione che è essenziale per il recupero dell’organismo. La perdita di questo meccanismo, come evidenziato dagli specialisti, è associata a un incremento del rischio di infarto, ictus e scompenso. Se a questo si aggiungono i danni provocati dalla luce artificiale notturna, che impedisce la corretta produzione di melatonina, e la presenza di sostanze chimiche persistenti nell’ambiente, il quadro che ne deriva è quello di una minaccia sistemica e diffusa.
Dai Pfas alle microplastiche, l’elenco dei nuovi fattori di rischio
Il rumore, dunque, non è più solo una questione di decibel. Nel nuovo scenario delineato dalla comunità medica internazionale, trovano spazio anche i Pfas, le cosiddette “sostanze eterne” utilizzate in innumerevoli processi industriali e prodotti di consumo. Queste molecole, che non si degradano facilmente e si accumulano nell’ambiente, sono state associate, come nel caso del Veneto, a un aumento della mortalità per cause cardiovascolari. Allo stesso modo, le microplastiche, ormai onnipresenti nella catena alimentare e nell’acqua potabile, rappresentano un’ulteriore insidia: una volta ingerite, possono innescare stati infiammatori cronici e veicolare altre sostanze nocive. A completare il quadro, le ondate di calore sempre più frequenti mettono a dura prova un cuore già stressato da questo cocktail di agenti esterni. Per la Sima e per i cardiologi, la sfida del prossimo futuro sarà quella di integrare la prevenzione di questi fattori nelle politiche sanitarie e urbanistiche, riducendo l’esposizione della popolazione a partire dalle grandi aree metropolitane.




