Il rapporto Onu sul clima e la strada in salita verso la Cop30 di Belem
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Redazione Esteri
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Mentre i governi di tutto il mondo si preparano a riunirsi in Brasile per la trentesima Conferenza delle parti sui cambiamenti climatici, la Cop30, un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente dipinge un quadro che, seppur lievemente migliorato rispetto al passato, rimane allarmante per le sorti del pianeta. L'analisi, intitolata "Emissions Gap Report 2025: Off Target", evidenzia come gli impegni climatici attualmente presi dagli Stati, noti come Contributi determinati a livello nazionale, se applicati scrupolosamente, condurrebbero a un innalzamento della temperatura globale compreso tra i 2,3 e i 2,5 gradi centigradi entro la fine del secolo. Se ne deduce, pertanto, che la traiettoria delineata dagli Ndc, sebbene più favorevole delle previsioni dello scorso anno – le quali indicavano un range di 2,6-2,8 gradi –, si mantiene comunque ben al di sopra della soglia critica di 1,5 gradi, fissata dall'accordo di Parigi come obiettivo per scongiurare le conseguenze più catastrofiche.
Il divario tra impegni e politiche concrete
A rendere ancor più cupo lo scenario contribuisce un altro dato, che fa emergere con chiarezza il divario esistente tra le promesse formulate a livello internazionale e la realtà delle politiche effettivamente messe in campo. L'Unep, infatti, sottolinea come l'attuazione delle sole politiche climatiche attualmente operative, prescindendo dunque dagli impegni annunciati per il futuro, sia destinata a produrre un riscaldamento globale decisamente superiore, stimabile fino a 2,8°C. Una prospettiva che, come è facile immaginare, amplificherebbe in maniera esponenziale gli impatti già visibili della crisi climatica, dalla frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi all'innalzamento del livello dei mari. La distanza che separa gli obiettivi dichiarati dalle azioni concrete, un vero e proprio "gap" emissivo, rimane quindi una delle questioni centrali e più spinose da affrontare.
Il significato simbolico della Cop30 in Amazzonia
La scelta di Belem, città brasiliana situata sulla foce del Rio delle Amazzoni, come sede della prossima conferenza sul clima non è affatto casuale e assume un forte valore simbolico. L'evento, che si preannuncia come un momento cruciale per il futuro della biosfera, sembra infatti segnare un passaggio di testimone nella leadership ambientale globale, spostando il baricentro dell'attenzione dall'Occidente tradizionale verso le economie emergenti e i paesi del cosiddetto Sud del mondo, riuniti nel gruppo dei Brics. Questo shift geopolitico, del resto, avviene in un contesto internazionale complesso, dove la nuova amministrazione statunitense guidata dal presidente Trump introduce ulteriori elementi di incertezza nelle già difficili trattative.
La crescente frattura tra allarme scientifico e risposte politiche
Quello che il rapporto delle Nazioni Unite mette in luce, al di là dei numeri e delle proiezioni, è la preoccupante frattura che continua a persistere, e anzi ad ampliarsi, tra la crescente consapevolezza dell'opinione pubblica mondiale – sempre più allarmata dai dati che giungono dalla comunità scientifica – e la lentezza, quando non la palese inadeguatezza, delle risposte fornite dalla politica. Mentre i danni legati al clima peggiorano di anno in anno, l'azione collettiva dei governi appare ancora troppo timida e frammentaria per invertire la rotta in maniera decisiva. La Cop30 di Belem rappresenterà, in questo senso, un banco di prova fondamentale per verificare la volontà reale delle nazioni di colmare questo pericoloso vuoto, trasformando gli annunci in misure vincolanti e senza precedenti.




