L’accordo Ue-Australia chiude otto anni di trattative: il Prosecco resta italiano, i dazi crollano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Ci sono voluti otto anni, una pazienza quasi diplomatica che per lunghi tratti ha rischiato di arenarsi su scogli apparentemente insormontabili, ma alla fine il negoziato è stato chiuso nella notte: l’Unione europea e l’Australia hanno firmato un accordo di libero scambio che, per Bruxelles, rappresenta il quarto più importante in assoluto dopo quelli con il Regno Unito, l’India e il Mercosur. Un’intesa, questa, che non si limita a eliminare le barriere tariffarie – un obiettivo già di per sé rilevante – ma che ridisegna i confini di alcune battaglie storiche del made in Italy, a partire dalla tutela delle denominazioni di origine. Perché nel dettaglio dell’articolato, al di là dei numeri macroeconomici che promettono un incremento del 33 per cento delle esportazioni europee verso Canberra (pari a circa 17,7 miliardi di euro l’anno), c’è una clausola che in Italia vale più di qualsiasi altra: il Prosecco, insomma, potrà continuare a chiamarsi Prosecco solo se prodotto secondo il disciplinare italiano, mentre i produttori australiani dovranno trovare un’altra denominazione per i loro spumanti.

Il nodo delle indicazioni geografiche e la vittoria per l’agroalimentare italiano

La partita si giocava, da anni, su un terreno minato: quello delle indicazioni geografiche protette, il meccanismo che in Europa garantisce a prodotti come il Prosecco, il Parmigiano Reggiano o il Gorgonzola una sorta di esclusiva sul nome. L’Australia, tradizionalmente restia a riconoscere queste tutele perché considerate limiti alla concorrenza, ha invece accettato una formula che di fatto impedisce ai propri vini di usare il termine “Prosecco” se non rispettano l’origine italiana. Una concessione non scontata, che arriva dopo anni di pressioni diplomatiche sostenute in particolare dal governo italiano e dalle associazioni di categoria, le quali avevano fatto del contrasto all’italian sounding una priorità assoluta. Nelle pieghe dell’accordo, inoltre, vengono tutelati anche alcuni formaggi storici, sebbene con alcune limitazioni alle quantità esportabili: un compromesso che ha consentito di sbloccare la trattativa senza sacrificare il cuore del sistema di qualità europeo.

Dazi azzerati e l’ingresso nei mercati delle materie prime critiche

Sul fronte puramente commerciale, l’intesa prevede l’azzeramento o la riduzione significativa dei dazi su una vasta gamma di prodotti, con effetti che i tecnici di Bruxelles prevedono particolarmente incisivi in tre settori. I prodotti lattiero-caseari, per esempio, potrebbero crescere fino al 48 per cento; i veicoli a motore toccherebbero un +52 per cento; i prodotti chimici, invece, si attesterebbero su un incremento del 20 per cento. Numeri, questi, che restituiscono la portata dell’operazione: un mercato come quello australiano, finora protetto da barriere doganali spesso proibitive, si apre ora alle esportazioni europee con condizioni di accesso senza precedenti. Ma c’è un altro livello, forse ancora più strategico, che va oltre le merci tradizionali. L’accordo, infatti, include un rafforzamento della cooperazione in materia di difesa e, soprattutto, un capitolo dedicato all’approvvigionamento di minerali critici come il litio, un elemento essenziale per la transizione energetica e per l’industria tecnologica.

Il contesto globale e la spinta strategica verso Canberra

La firma è arrivata al termine di una visita ufficiale a Canberra e Sydney della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha incontrato il primo ministro australiano Anthony Albanese per suggellare un’intesa che molti osservatori considerano non solo economica ma geopolitica. Lo scenario internazionale, in questo senso, ha giocato un ruolo non secondario: con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, l’Europa ha avvertito l’urgenza di diversificare i propri partner commerciali e di assicurarsi filiere strategiche meno esposte alle incertezze globali. L’Australia, dal canto suo, ha visto nell’Europa un interlocutore stabile per bilanciare le proprie relazioni nel Pacifico, in un contesto di crescente competizione per le risorse. Il nuovo partenariato bilaterale, che affianca al commerciale un capitolo sulla sicurezza e la difesa, rappresenta dunque un tentativo di costruire un’architettura di cooperazione più solida, capace di resistere agli strappi della politica internazionale.

Un accordo lungo otto anni che ridisegna i flussi commerciali

L’eliminazione dei dazi, combinata con la tutela delle denominazioni e l’accesso privilegiato a materie prime critiche, fa di questo accordo uno dei più ambiziosi mai conclusi dall’Ue con un paese dell’area Pacifico. Per l’Italia, i benefici si misurano non solo nei numeri complessivi delle esportazioni – che si prevedono in forte crescita – ma anche nella capacità di blindare alcuni dei propri prodotti più imitati al mondo. La partita sul Prosecco, in particolare, è stata seguita con attenzione dalle cantine venete e friulane, che vedono nell’Australia un mercato in espansione per i vini di qualità e temevano che l’uso improprio del nome potesse generare confusione nei consumatori. Con la nuova intesa, quelle preoccupazioni vengono meno: il nome resta legato al territorio di origine, mentre le imprese italiane potranno contare su un accesso più fluido a un mercato fino a oggi appesantito da dazi medi intorno al 5 per cento. Le concessioni sulle quantità di alcuni formaggi esportabili, seppur limitate, rappresentano l’unico vero freno in un impianto altrimenti orientato a una liberalizzazione quasi totale.

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