Sal Da Vinci, il ritorno trionfale all'Ariston tra standing ovation e lacrime di commozione
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quando ieri sera Sal Da Vinci è salito sul palco del Teatro Ariston per la sua terza esibizione in questo Festival di Sanremo 2026, introdotto dal solito arrangiamento orchestrale di ‘Rossetto e Caffè’ – il brano che due anni fa ne ha decretato la rinascita artistica trasformandolo in un fenomeno virale sui social network – è successa la stessa identica cosa che era già accaduta nelle sere precedenti: il pubblico, quel pubblico talvolta distratto della prima fila e delle poltroncine rosse, ha cominciato a intonare la hit che lo ha reso famoso al grande pubblico, per la prima volta, a cinquantacinque anni suonati, e Carlo Conti, incredibilmente, li ha lasciati andare avanti più del dovuto, almeno sette secondi, forse consapevole di stare assistendo a un passaggio di testimone generazionale o forse solo rapito, anche lui, da quella che ormai appare come una cavalcata inarrestabile -1.
L’artista, all’anagrafe Salvatore Michael Sorrentino, nato a New York per caso durante una tournée del padre Mario, non è nuovo a queste dinamiche: la sua carriera, iniziata da bambino a sei anni sui palcoscenici della sceneggiata napoletana, è costellata di successi, cadute e miracolose risalite, come quando negli anni Novanta vinse il Festival Italiano di Mike Bongiorno o quando nel 2009, dopo un eliminazione e un ripescaggio, riuscì comunque a conquistare il terzo posto con ‘Non riesco a farti innamorare’, brano scritto con Vincenzo D’Agostino e Gigi D’Alessio -1-4. Ma quella di quest’anno è una dimensione diversa, più totalizzante: partito in sordina, considerato poco più di una comparsa dai bookmaker – con una vittoria data al 3% su Snai e Goldbet e una quota che oscillava intorno all’11 – il cantautore napoletano ha messo in atto una scalata formidabile, esibizione dopo esibizione, trasformando lo scetticismo iniziale in un plebiscito che ha del miracoloso -8.
L’emozione che ferma il tempo e il palco dell’Ariston
La standing ovation di giovedì sera, quella della terza serata, è stata però diversa dalle altre: più lunga, più calda, più partecipata. Talmente intensa da spezzare la voce di Da Vinci, che per qualche secondo ha dovuto smettere di cantare, visibilmente commosso, mentre le telecamere di Maurizio Pagnussat indugiavano sulle sue lacrime e il teatro intero, in piedi, continuava ad applaudire senza sosta -9. “Scusate”, ha sussurrato al microfono di Conti accorso sul palco per sostenerlo, ma il pubblico non ha smesso, anzi, ha trasformato quel silenzio improvviso nel momento più potente dell’intera serata, quello che difficilmente verrà dimenticato dagli addetti ai lavori e dagli spettatori a casa -9. Cosa c’è in quelle lacrime, nel tremore della sua voce? Probabilmente la voglia di riscatto di chi ha dovuto lottare contro lo stigma del “neomelodico” – termine che lui stesso rivendica con orgoglio quando usato nel suo significato più autentico, quello carnale ed emotivo, ma che respinge con forza quando viene utilizzato per ghettizzare un intero genere musicale – e l’orgoglio di aver ritrovato una nuova giovinezza professionale dopo i cinquant’anni, senza per questo aver snaturato le proprie radici -7.
Eppure la strada per questo traguardo non è stata semplice. Lo stesso Da Vinci, nel corso di un incontro con la stampa, ha raccontato di aver letto recensioni superficiali scritte solo per “riempire le pagine”, critiche che ignoravano completamente il background di un artista che ha collaborato con mostri sacri come Ornella Vanoni, Renato Zero e Gaetano Curreri, e che continua a portare avanti con coerenza la tradizione della canzone popolare napoletana -7. “Io vengo da una città dov’è nata la cultura della musica italiana”, ha dichiarato infastidito, difendendo il dialetto e la tradizione come patrimonio culturale da preservare -7.
La forza di un brano che parla al cuore
‘Per sempre sì’, il brano in gara scritto insieme al figlio Francesco – che nel frattempo è diventato anche autore per il padre dopo aver superato una grave malattia infantile che aveva portato Sal a promettere alla Madonna che avrebbe smesso di cantare pur di salvarlo – è una canzone che parla di amore universale -10. Non quello tradizionale e stereotipato, ma un sentimento più ampio e inclusivo, dedicato a tutte le persone che “praticano il mestiere dell’amore” e che, quando promettono, mantengono la parola data -2. “Non parlo solo di matrimoni o della famiglia tradizionale”, ha spiegato in conferenza stampa, “parlo dell’amore in generale. Se parlo di famiglia, non intendo per forza quella con i figli, ma due persone che si promettono qualcosa: quella è già famiglia” -2.
E proprio su questo concetto di responsabilità affettiva si gioca gran parte della forza comunicativa del brano, che nella serata cover vedrà Da Vinci duettare con Michele Zarrillo sulle note struggenti di ‘Cinque giorni’, scelta non casuale perché, come ha spiegato lui stesso, se ‘Per sempre sì’ celebra l’amore eterno, ‘Cinque giorni’ ne racconta la crisi e il temporale, le difficoltà che ogni relazione deve affrontare -2. Dopo il successo travolgente di ‘Rossetto e caffè’ – che lo ha portato a esibirsi anche nella scorsa edizione del Festival insieme ai The Kolors nella serata delle cover – c’era il rischio concreto di non riuscire a bissare quel risultato, di restare imprigionato nell’etichetta dell’artista da tormentone estivo, e invece la risposta del pubblico è stata inequivocabile: i video delle sue esibizioni su YouTube superano il milione di visualizzazioni in poche ore, le radio lo passano in rotazione continua e i social, quelli stessi che due anni fa lo avevano riscoperto per caso, oggi lo celebrano come il vero protagonista di questo Festival -5.
Il futuro dopo l’Ariston
Con questa terza esibizione, quella che lo ha visto quasi soccombere all’emozione, Sal Da Vinci ha definitivamente blindato la sua posizione tra i favoriti per la vittoria finale, balzando prepotentemente nei pronostici della critica e del pubblico pagante -9. Il televoto e la giuria delle radio avranno naturalmente l’ultima parola, ma il verdetto dell’Ariston è già stato emesso: oltre tre minuti di applausi ininterrotti, una standing ovation che pochi artisti possono vantare in tempi recenti, il plauso convinto dei colleghi in sala stampa e nel backstage -9. E mentre il Festival prosegue il suo corso, lui intanto pensa già al futuro: un nuovo album di inediti in uscita, un tour che partirà a giugno e due eventi speciali nella sua Napoli per celebrare i cinquant’anni esatti dal giorno in cui, bambino, salì per la prima volta su un palco -2. Ma per ora, a cinquantasei anni compiuti il prossimo aprile, Da Vinci si gode questo momento, questo bagno di folla che sa di rivincita personale e professionale, questa seconda giovinezza artistica che lo ha portato – lui, il neomelodico, il cantante popolare che qualcuno avrebbe voluto tenere ai margini – a diventare il padrone di casa all’Ariston, l’uomo che con la sua voce e le sue lacrime ha fermato il tempo e la gara, trasformando una canzone in un abbraccio corale.




