Sal Da Vinci vince Sanremo 2026, la sua «Per sempre sì» conquista l'Ariston
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Redazione Interno
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È Sal Da Vinci il vincitore della settantaseiesima edizione del Festival di Sanremo. Il cantante napoletano, con il brano «Per sempre sì», ha avuto la meglio sugli altri ventinove concorrenti al termine di una serata finale che, come da copione, ha visto alternarsi sul palco dell’Ariston momenti di musica, appelli sociali e il passaggio di testimone dal direttore artistico uscente Carlo Conti a Stefano De Martino, designato alla guida del festival del 2027. La proclamazione, avvenuta nella notte tra sabato e domenica, ha sancito un trionfo costruito giorno dopo giorno, grazie a un brano che il pubblico ha fatto proprio sin dalla prima esecuzione, trasformandolo in un caso virale, se non nell’autentico tormentone di questa edizione; un pezzo che gioca sulla tradizione della canzone melodica italiana, un inno all’amore e alla promessa di matrimonio, ma che l’interprete, dal canto suo, ha voluto estendere a un concetto più ampio di sentimento universale. La classifica finale, determinata dalla sommatoria dei voti del televoto (con un peso del 34%), della sala stampa e delle radio (ciascuna al 33%), ha visto il secondo posto del giovane cantautore ligure Sayf con «Tu mi piaci tanto» – distaccato di appena qualche punto percentuale – e la terza posizione di Ditonellapiaga con «Che fastidio!». A completare la cinquina d’oro, la quarta piazza per Arisa con «Magica favola» e la quinta per la coppia formata da Fedez e Marco Masini con «Male necessario», brano quest’ultimo che si è aggiudicato anche il premio Sergio Bardotti per il miglior testo. Tra gli altri riconoscimenti collaterali, spiccano il premio della critica Mia Martini assegnato a Fulminacci e il premio della sala stampa Lucio Dalla andato a Serena Brancale, vincitrice anche del Premio Tim come artista più votata dal pubblico attraverso i canali social.
La dedica di Sal Da Vinci, tra lacrime e un tripudio popolare
L’emozione, sul palco, ha preso la forma di un inginocchiamento davanti al pubblico e di lacrime sincere nel momento in cui Carlo Conti ha annunciato il verdetto. Sal Da Vinci, all’anagrafe Salvatore Michael Sorrentino, cinquantaseienne artista dalla carriera lunga e legato a doppio filo alla tradizione musicale partenopea – è figlio del celebre Mario Da Vinci, interprete di sceneggiate – ha raccolto il premio con lo sguardo di chi non si aspettava forse un’accoglienza così travolgente. «Non capisco niente», ha confessato in preda alla commozione, stringendo il Leone dorato, prima di articolare quei ringraziamenti che da sempre rappresentano il rituale più autentico del festival. «Questo premio lo voglio condividere con la mia famiglia, che mi ha dato tanto e mi ha aiutato a superare ogni momento buio», ha spiegato il cantante, aggiungendo subito dopo un passaggio che suona come una dichiarazione d’identità: «e lo voglio dedicare alla mia città, Napoli». Una dedica, quella alla città partenopea, che nelle intenzioni dell’artista vuole idealmente ricomprendere anche le sue origini newyorkesi e quel percorso artistico che lo ha portato a farsi conoscere dal grande pubblico già nel 2009, sempre sul palco dell’Ariston, ma che negli ultimi anni lo aveva visto protagonista di un rinnovato successo grazie a brani come «Rossetto e caffè». La sua vittoria, al di là dei numeri e delle percentuali, si configura come il trionfo di un certo modo di intendere la musica leggera, quello della canzone classica, del ritornello che entra in testa e della melodia che diventa popolare, capace di unire generazioni diverse in un coro unanime; un verdetto che, pur nella sua prevedibilità – molti lo avevano indicato come favorito sin dalle prime battute – non ha mancato di sollevare qualche polemica sui social network, dove non sono mancati commenti stizziti e accuse di un certo qual qualunquismo melodico, accuse che però non hanno scalfito la festa dell’Ariston e di piazza Colombo, gremita di fan.
Sayf e la rivelazione di un secondo posto che vale come una vittoria
Se Sal Da Vinci ha rappresentato la certezza, la solidità di un genere collaudato, la vera sorpresa di questo finale è stato senza dubbio Sayf, il giovane cantautore genovese di origini tunisine che con la sua «Tu mi piaci tanto» è riuscito a insidiare il vincitore fino all’ultima scheda, sfiorando l’impresa. Classe 1999, scoperto al grande pubblico grazie al brano «Sto bene al mare» realizzato con Mengoni e Rkomi, Sayf – al secolo Adam Viacava – ha portato sul palco un pezzo che mescola abilmente registri linguistici differenti, passando da strofe serrate dal sapore cantautorale a un ritornello che ha il potere di rimanere appiccicato addosso, come una di quelle hit che nascono per durare. «Sanremo è come giocare in nazionale: se ti chiamano, che fai, non ci vai?», aveva scherzato nei giorni precedenti, e la sua performance ha confermato la maturità di un artista che non ha paura di citare Tenco come suo spirito guida, ma che al tempo stesso guarda alla contemporaneità con occhio attento e disincantato. Il suo secondo posto, arrivato al termine di un ballottaggio che lo ha visto raccogliere consensi trasversali tra sala stampa e radio, rappresenta una delle carte vincenti di questa edizione, capace di proiettare una luce nuova su un panorama musicale spesso restio a mescolare culture e linguaggi; e se per lui si aprono le porte di una carriera che molti già paragonano a quella di Lucio Corsi, altro outsider delle passate edizioni, il merito va riconosciuto a un brano che racconta l’amore e la complessità dell’identità contemporanea con la leggerezza di chi sa di avere qualcosa di importante da dire.
Il passaggio di consegne tra Conti e De Martino, e gli appelli per la pace
Al di là della gara musicale, la serata finale del Festival di Sanremo 2026 passerà alla storia per un momento che con la musica c’entrava solo indirettamente: la passerella di Carlo Conti verso il centro del palco per chiamare accanto a sé Stefano De Martino, annunciandolo ufficialmente come prossimo conduttore e direttore artistico della kermesse. Un gesto simbolico, quello del testimone consegnato a mani nude, mai accaduto prima nella storia della manifestazione, che ha suggellato il passaggio di consegne tra due modi di intendere la televisione pubblica e che ha strappato un applauso convinto dal pubblico in sala. «Ti meriti questo incarico, questo ulteriore bel passaggio della carriera che stai facendo», ha detto Conti al suo erede, mentre De Martino, visibilmente emozionato, gli prendeva la mano e la portava al cuore: «Ricevere questo testimone da te è un onore vero, un gesto di generosità non scontato che ricorderò per sempre. Testa bassa e pedalare», ha concluso il conduttore di «Affari Tuoi», promettendo di tenere acceso il telefono per i consigli dell’amico e collega. Prima di cedere la scena alla musica e alla proclamazione, la serata si era aperta con un lungo e doveroso momento di riflessione sulle guerre che insanguinano il mondo: Conti, affiancato da Laura Pausini e dalla giornalista del Tg1 Giorgia Cardinaletti, ha lanciato un appello per la protezione dei bambini coinvolti nei conflitti, un tema ripreso da molti artisti in gara, da Ermal Meta a Michele Bravi, e culminato con la presenza sul palco di Gino Cecchettin. Il padre di Giulia, la giovane uccisa dall’ex fidanzato nel 2023, ha portato la sua testimonianza contro la violenza di genere, leggendo su un maxischermo i nomi delle trecentouno donne vittime di femminicidio dall’inizio del 2023 a oggi: «L’amore non urla e non ferisce, lascia libera la vita», ha scandito davanti a un teatro commosso e in silenzio.




