Hormuz e gli autogol dell’Ue: la guerra all’Iran ci costa 500 milioni al giorno

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A Hormuz, lo stretto che da sempre rappresenta il nodo scorsoio del commercio energetico globale, si gioca una partita che l’Europa, forse con colpevole ritardo, ha appena iniziato a leggere nei suoi veri termini. La guerra che avrebbe dovuto servire – secondo le narrate intenzioni di Usa e Israele – a smantellare il programma nucleare iraniano si è trasformata, come spesso accade nei conflitti asimmetrici, in una crisi di accesso al petrolio del Golfo. E l’Iran, dal canto suo, non chiede altro che l’arretramento occidentale dal Medio Oriente: un esito che, nelle stanze del potere a Teheran, servirebbe a legittimare tanto le scelte presenti quanto quelle future. “Ci avete attaccato e…” – sembrano dire i vertici della Repubblica islamica, lasciando intendere che ogni ulteriore mossa occidentale avrà un costo sproporzionato. Un costo che, per l’Unione europea, è già stato calcolato: 500 milioni di euro al giorno, letteralmente bruciati tra rincari energetici, rotte deviate e polizze assicurative impazzite. Una cifra che nessuna capitale europea, nemmeno Berlino o Parigi, può permettersi di ignorare a lungo.

Il quadro temporaneo sugli aiuti di Stato: fertilizzanti e carburanti agricoli al 70%

Proprio nel tentativo di tamponare una delle ferite più sanguinose – quella del settore primario, stritolato tra caro-gasolio e fertilizzanti introvabili – la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue, Teresa Ribera Rodríguez, ha annunciato il 29 aprile 2026 un quadro temporaneo per gli aiuti di Stato. Durante la conferenza stampa dedicata alla crisi mediorientale, la stessa Ribera ha spiegato che gli Stati membri potranno corrispondere agli agricoltori reintegri fino al 70% sugli incrementi di prezzo subiti da carburanti e fertilizzanti dopo il 28 febbraio 2026, data di inizio ufficiale delle operazioni militari di Usa e Israele contro Iran e Libano. Un meccanismo, questo, che resta in vigore sino alla fine dell’anno e che rappresenta una sorta di ammissione implicita: la guerra si combatte anche sui campi di grano, non solo sugli schermi radar. E l’agricoltore europeo, da sempre abituato a navigare a vista tra Pac e fitofarmaci, si trova ora a fare i conti con una geografia ostile che passa per lo Stretto di Hormuz.

Armatori siciliani sul piede di guerra: “Aiuti nelle mani del governo, svelti o riparte il blocco”

Non molto diversa, sebbene declinata su acqua salata, è la posizione degli armatori dei pescherecci siciliani. Loro, che della crisi energia sentono il peso doppio – sia nel rifornimento delle imbarcazioni sia nella conservazione del pescato – restano sul piede di guerra pure dopo il via libera di Bruxelles al piano di aiuti legato alla crisi. «Bisognerà capire se il governo nazionale recepirà questo piano – mette le mani avanti il presidente della Federazione armatori siciliani, Alfio Fabio Micalizzi – e se quest’ultimo lo farà con la velocità necessaria. Se i tempi si allungheranno, il blocco ripartirà». Una minaccia che non ha nulla di retorico, considerato che lo stesso Micalizzi rappresenta una delle voci più ascoltate nel comparto ittico del Mediterraneo centrale. Il problema, infatti, non è solo l’esistenza degli aiuti ma la loro effettiva erogazione: un passaggio, quello nazionale, che rischia di trasformare un sollievo annunciato in un’ennesima beffa burocratica. E così i pescherecci restano in attesa, con le reti ancora asciutte e i marinai a guardare un orizzonte che non promette nulla di buono.

L’Italia sbatte contro il muro Ue: altro no sul Patto di stabilità, ma sugli extraprofitti si apre un varco

Di nuovo lo stesso copione, si direbbe ascoltando i toni sommessi ma nervosi che arrivano dall’Eurogruppo. Il governo italiano, tramite il ministro Giancarlo Giorgetti, chiede flessibilità e aiuti; l’Ue, puntuale, dice di no. Una scena già vista, certo, eppure con una piccola novità: sul fronte della tassa sugli extraprofitti, stavolta, qualcosa sembra muoversi. La richiesta – rilanciata da alcuni Paesi tra cui l’Italia stessa – trova infatti un inaspettato sostegno anche da Berlino. A confermarlo è il ministro delle Finanze tedesco, Lars Klingbell, secondo cui si deve affrontare il “tema della tassa sugli extraprofitti” senza più rimandi. Un’apertura che, sebbene ancora generica, rappresenta uno scarto rispetto alla tradizionale chiusura tedesca su qualsiasi forma di imposizione straordinaria. Resta però il muro sul Patto di stabilità, e resta l’impressione che l’Italia, ancora una volta, sbatta contro una porta che si apre solo per lasciar vedere il vuoto. Mentre a Hormuz, intanto, i giorni passano e i 500 milioni continuano a volare via, uno dopo l’altro, senza che nessuno, davvero, sappia come fermarli.

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