Guerra in Iran, primo round di colloqui a Islamabad: Trump parla di esiti incerti, Teheran avverte sullo Stretto di Hormuz
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Redazione Esteri
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Si è chiusa senza certezze la prima giornata di dialoghi tra Stati Uniti e Iran, ospitata nella capitale pakistana Islamabad, un appuntamento che la comunità internazionale attendeva come possibile spartiacque per il conflitto in corso. L’esito dei faccia a faccia, come reso noto dalle rispettive delegazioni al termine della maratona negoziale, resta sospeso in un equilibrio precario: lo ha confermato Donald Trump, il presidente americano che torna a occuparsi della crisi mediorientale, affermando senza mezzi termini che un accordo è possibile tanto quanto la sua assenza, e che, a suo dire, nessuna delle due opzioni farebbe alcuna differenza nella strategia a stelle e strisce. Una dichiarazione, questa, che getta ombre lunghe sulla reale volontà di compromesso da parte di Washington, laddove invece Teheran, pur confermando la volontà di proseguire il confronto nonostante le divergenze emerse, ha scelto di alzare immediatamente il tiro su un altro fronte caldo, quello marittimo.
L'avvertimento iraniano nel Golfo e la fermezza di Starmer sul Libano
Mentre i diplomatici si confrontavano al tavolo, l’ala militare della Repubblica Islamica ha voluto tracciare un confine netto riguardo al traffico navale nello Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale per l’economia energetica globale. In un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni, i vertici militari hanno chiarito che qualsiasi tentativo di transito da parte di unità navali militari – fossero esse americane o alleate – riceverebbe una risposta “ferma”, un avvertimento che di fatto trasforma lo specchio d’acqua in una potenziale polveriera, anche in assenza di un’intesa politica. Nel frattempo, il fronte diplomatico europeo si è mosso su una direttrice parallela ma altrettanto urgente. Da Londra, il primo ministro Keir Starmer ha lanciato un appello altrettanto deciso, chiedendo che i bombardamenti in Libano cessino immediatamente. Utilizzando toni aspri, il leader britannico ha definito le incursioni aeree israeliane non solo “sbagliate” ma anche portatrici di conseguenze umanitarie devastanti per un paese già spinto verso l’orlo della crisi; un’intimazione, la sua, che mira a estendere con urgenza gli sforzi per il cessate il fuoco anche a Beirut, sottolineando che la diplomazia resta l’unica strada percorribile nonostante le macerie accumulate sul terreno.
La lunga notte di trattative e lo stallo alla Casa Bianca
Il round di colloqui a Islamabad, protrattosi per oltre ventuno ore, ha visto protagonisti i vertici delle due delegazioni, con il vicepresidente americano J.D. Vance in prima fila nel tentativo di mediare tra i diktat di Trump e le resistenze iraniane. Secondo quanto trapela, l’operazione diplomatica ha visto momenti di acceso confronto: Vance, supportato da una carovana di esperti e tecnici della Casa Bianca, ha cercato di portare a casa un risultato alternando un approccio morbido a toni più duri, ma l’intesa è sfumata proprio sul più bello. La percezione, almeno dal lato occidentale, è che la partita si sia arenata di fronte alle posizioni irremovibili della controparte. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha gelato ogni entusiasmo al termine dell’incontro, rilasciando una dichiarazione che pesa come una pietra tombale sulla fiducia reciproca: “Non ci fidiamo di loro”, avrebbe detto, facendo intendere che lo scetrasmo verso l’amministrazione americana rimane un ostacolo forse più alto delle singole clausole contrattuali.
Sviluppi giudiziari e inchieste: il caso Vance
Un episodio, in particolare, ha catturato l’attenzione dei cronisti presenti nella zona protetta dell’hotel dove si svolgevano i colloqui, un dettaglio che rivela la fragilità dell’intero impianto negoziale. Fonti vicine alla delegazione riferiscono che, dopo ore di stallo, il vicepresidente Vance si sarebbe alzato bruscamente dal tavolo, interrompendo di fatto la sessione prima del previsto; un gesto, il suo, che ha rotto l’equilibrio precario delle trattative, suggerendo che la pazienza della Casa Bianca potrebbe avere un limite temporale ben preciso. Sebbene non siano stati diffusi comunicati ufficiali sull’accaduto, questo comportamento non verbale ha ribadito la linea dura già espressa da Trump, lasciando intendere che per ora non esiste uno scenario di compromesso. Ghalibaf, dal canto suo, ha utilizzato l’accaduto per legittimare la propria diffidenza, ribadendo che senza garanzie sostanziali, ogni parola scritta rischia di rimanere carta straccia. La sensazione, al termine della prima giornata, è che il conflitto di Gaza, la tensione in Libano e la partita sul nucleare restino nodi ancora irrisolti, in attesa di un colpo di scena che al momento non sembra profilarsi all’orizzonte.




