L'Europa fissa obiettivi vincolanti per le flotte aziendali, ma l'industria automobilistica frena
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Redazione Economia
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La Commissione Europea ha deciso di imprimere una svolta decisiva alla transizione ecologica del settore dei trasporti, intervenendo in modo diretto e perentorio su uno dei segmenti ritenuti più strategici: quello delle flotte aziendali. Con la pubblicazione di un nuovo regolamento, infatti, Bruxelles introduce per la prima volta degli obiettivi nazionali vincolanti per ciascuno Stato membro, fissando delle quote precise di veicoli a zero e basse emissioni che dovranno costituire le nuove immatricolazioni Corporate. Un passo che, se da un lato delinea una traiettoria obbligata verso la decarbonizzazione, dall'altro non manca di sollevare perplessità in seno alla stessa industria automobilistica, la quale si trova a dover bilanciare gli investimenti tecnologici con le incertezze di un mercato in profonda trasformazione.
Il nodo degli investimenti e le critiche di Stellantis
Proprio sulla chiarezza di questa traiettoria, che pure sembrerebbe segnata da numeri precisi, si sono concentrate le riserve avanzate da uno dei colossi del settore. Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, in un'intervista al Financial Times ha espresso un giudizio netto sulle nuove proposte della Commissione, le quali, a suo dire, non offrirebbero una rotta sufficientemente chiara per la crescita del comparto. Senza segnali più concreti e definiti, ha sottolineato il manager, diventa estremamente difficile pianificare e giustificare nuovi, ingenti investimenti industriali. Una posizione che, al di là del caso specifico, riflette un malessere diffuso tra i costruttori, chiamati a rivoluzionare i propri prodotti in tempi strettissimi mentre il quadro normativo continua a subire aggiustamenti e revisioni.
Il complicato iter del pacchetto normativo Ue
L'iter che ha portato alla definizione dell'attuale "pacchetto" normativo, del resto, non è stato né lineare né privo di intoppi. Ben più breve, ma non meno tortuoso, è stato ad esempio il caso dell'emendamento volto a introdurre un meccanismo di compliance per le multe relative allo sforamento dei limiti di emissione. La Commissione aveva svelato il suo Piano d'Azione all'inizio dello scorso marzo, inserendo uno specifico provvedimento per alleviare l'impatto del regime sanzionatorio; un provvedimento che è stato poi approvato da Parlamento e Consiglio Ue soltanto alla fine di maggio, con un ritardo non trascurabile rispetto alle attese iniziali. Questi rallentamenti, se da un lato sono fisiologici nella macchina legislativa comunitaria, dall'altro contribuiscono ad alimentare quel senso di instabilità normativa di cui si lamentano gli operatori.
Green Deal e crisi del settore: una relazione complessa
C'è poi una questione di fondo, che va al di là delle singole scadenze o degli obiettivi percentuali. La domanda, spesso sollevata, è se la crisi che attraversa il settore automobilistico possa essere addebitata alle politiche del Green Deal. La risposta, secondo diverse analisi, è negativa: il Green Deal sarebbe stato utilizzato come un capro espiatorio, il primo disponibile, per spiegare difficoltà che affondano le loro radici in dinamiche ben più ampie e complesse. Un "mostro verde" partorito da Bruxelles, a cui è stato addossato ogni male, come hanno ripetuto in più occasioni alcuni esponenti di governo, sostenendo che le politiche Ue impongono l'elettrico e rischiano di mandare in rovina l'industria. Una narrazione, questa, che però non tiene conto delle molteplici sfide globali che il settore si trova ad affrontare, dalla concorrenza internazionale all'evoluzione della domanda, fino alle tensioni nelle catene di approvvigionamento.




