Mattarella grazia il gioielliere che uccise due rapinatori: non è Roggero
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Redazione Interno
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Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso la grazia parziale a Guido Gianni, il gioielliere che nel 2008 uccise due rapinatori e ne ferì un terzo durante un assalto al suo negozio di Nicolosi, in provincia di Catania. Il provvedimento, firmato mercoledì 7 ottobre, riduce di tre anni e due mesi la pena inflitta all'orafo per duplice omicidio e tentato omicidio. Una decisione che richiama immediatamente il caso di Mario Roggero, protagonista di una vicenda giudiziaria molto simile e tuttora detenuto.
La rapina del 2008 e la condanna per duplice omicidio
La vicenda risale al 18 febbraio, quando tre uomini entrarono nella gioielleria gestita dal commerciante, torinese di origine ma da tempo residente in Sicilia. Uno degli aggressori impugnava una pistola apparentemente autentica, successivamente risultata un'arma giocattolo priva del tappo rosso. I malviventi minacciarono la moglie dell'orefice, Mariangela Di Stefano, intimandole di aprire la cassaforte. Il marito, che si trovava nel laboratorio, intervenne impugnando una pistola regolarmente detenuta e sparò inizialmente alcuni colpi in aria nel tentativo di intimidire gli assalitori.
La situazione degenerò quando i rapinatori continuarono a minacciare i due coniugi, arrivando ad aggredirli fisicamente. Durante la colluttazione il negoziante aprì il fuoco contro gli aggressori. Due uomini, entrambi ventunenni, morirono dopo essere stati raggiunti dai proiettili, mentre il terzo rimase ferito e venne successivamente fermato dai carabinieri. Il commerciante sostenne di avere agito per proteggere se stesso e la moglie, spiegando di non essersi accorto che la pistola utilizzata dai malviventi fosse finta.
Le successive perizie giudiziarie ricostruirono però una dinamica decisiva ai fini della responsabilità penale: i colpi mortali erano stati esplosi quando gli aggressori stavano fuggendo. Per i giudici non sussistevano quindi le condizioni necessarie per riconoscere la legittima difesa. La condanna definitiva fu di dodici anni e quattro mesi di reclusione. Il gioielliere aveva già subito un altro tentativo di rapina nel 1999, quando era riuscito a mettere in fuga gli aggressori sparando a scopo intimidatorio.
Perché il Quirinale ha concesso la grazia e cosa cambia per la pena
La decisione presidenziale non cancella la condanna né modifica l'accertamento delle responsabilità compiuto dai tribunali. Si tratta di un provvedimento di clemenza individuale previsto dall'articolo 87, undicesimo comma, della Costituzione, che attribuisce al capo dello Stato il potere di concedere la grazia e commutare le pene. Nel caso dell'orafo, il Quirinale ha tenuto conto del parere favorevole espresso dal magistrato di sorveglianza e del periodo di detenzione già espiato, pari a cinque anni e tre mesi.
La riduzione concessa porta la pena residua al di sotto dei quattro anni. Questo elemento ha una conseguenza concreta: il Tribunale di sorveglianza può valutare l'applicazione dell'affidamento in prova al servizio sociale, misura alternativa alla detenzione prevista dall'articolo 47 dell'ordinamento penitenziario. Non si tratta di una scarcerazione automatica, perché l'eventuale concessione della misura richiede una specifica valutazione dell'autorità giudiziaria. L'interessato si trovava già agli arresti domiciliari per motivi di salute, in seguito a un differimento dell'esecuzione della pena.
La richiesta di clemenza era stata sostenuta pubblicamente dalla moglie, che nel 2022 aveva promosso una petizione sulla piattaforma Change.org. La donna aveva difeso il comportamento del marito, sostenendo che fosse intervenuto per salvare la famiglia e un cliente presente nell'esercizio commerciale. La vicenda aveva raccolto negli anni anche il sostegno di esponenti della Lega. Dopo la firma del decreto, la consorte ha spiegato di essere in contatto con il legale per verificare il calcolo della pena ancora da espiare e gli effetti concreti del provvedimento.
Il confronto con Roggero e lo scontro tra Nordio e il Quirinale
Il parallelo più immediato riguarda il gioielliere di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, che il 28 aprile 2021 sparò contro tre uomini dopo una rapina, uccidendone due e ferendone uno. La Cassazione ha confermato il 15 luglio 2026 la sua condanna a quattordici anni e nove mesi di carcere. Anche in quel procedimento i giudici esclusero la legittima difesa, accertando che i colpi erano stati esplosi quando il pericolo rappresentato dagli aggressori era ormai cessato.
Il caso piemontese aveva provocato un acceso confronto politico. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva giudicato sproporzionata la pena, mentre il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva annunciato l'avvio di un'istruttoria per la concessione della grazia. Il 16 luglio, tuttavia, il capo dello Stato convocò il Guardasigilli per precisare i limiti delle competenze ministeriali. Il Quirinale ricordò che la decisione sulla clemenza appartiene esclusivamente al presidente della Repubblica, come stabilito anche dalla Corte costituzionale con la sentenza numero 200 del 2006. Il ministero chiarì successivamente che non era ancora stato compiuto alcun atto nella procedura annunciata.
La moglie del commerciante piemontese ha depositato una domanda formale di grazia. Nel frattempo, il condannato è entrato nel carcere milanese di Bollate e ha tentato di ottenere il differimento dell'esecuzione della pena o, in alternativa, la detenzione domiciliare. Le richieste sono state respinte dai giudici di sorveglianza. Durante un'udienza di settembre, il negoziante ha riconosciuto che avrebbe potuto comportarsi in maniera meno impulsiva, riferendo di avere avuto tempo per riflettere sulle proprie azioni.
Nel procedimento relativo all'orefice siciliano, invece, l'istruttoria si era conclusa con una valutazione favorevole del magistrato competente e del ministro della Giustizia. Il Quirinale non ha indicato la somiglianza fra i due episodi come criterio per la concessione della clemenza. La decisione riguarda la situazione individuale del condannato e non costituisce un riconoscimento retroattivo della legittima difesa. L'esame delle condizioni personali e della pena già scontata distingue quindi il percorso seguito per il decreto presidenziale da quello della vicenda piemontese.
Complessivamente, nella stessa giornata il presidente ha firmato tre decreti di clemenza individuale. Il primo riguarda un uomo nato nel 1972, condannato a sette anni per reati legati agli stupefacenti e altri delitti, al quale è stata condonata la pena residua per gravissime condizioni di salute irreversibili, già all'origine del differimento della detenzione. Il terzo beneficiario, nato nel 1981 e condannato a dieci anni per reati di droga commessi tra il 2002 e il 2009, ha ottenuto una riduzione di un anno e nove mesi. In quest'ultimo caso sono stati considerati il percorso di reinserimento sociale, lavorativo e familiare già intrapreso e le condizioni di salute della figlia minorenne.
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