Nave russa con Gnl in fiamme nel Mediterraneo: l’equipaggio della Arctic Metagaz tratto in salvo dopo un sospetto attacco

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un incendio di vaste proporzioni ha avvolto nelle prime ore di martedì la Arctic Metagaz, una metaniera battente bandiera russa e sottoposta a sanzioni internazionali, mentre si trovava in navigazione nel Mediterraneo centrale, in un tratto di mare compreso tra Malta e la Libia. Le cause del rogo, che secondo le prime ricostruzioni sarebbe stato innescato da una serie di esplosioni, non sono state ancora ufficialmente accertate, sebbene l’ipotesi al momento ritenuta più credibile dagli analisti del settore marittimo e da fonti di sicurezza citate dalle agenzie internazionali sia quella di un attacco condotto con droni navali, e il sospetto, inevitabilmente, cade sulle forze ucraine. L’imbarcazione, parte integrante della cosiddetta “flotta ombra” con cui Mosca elude le restrizioni occidentali sul commercio di idrocarburi, aveva fatto perdere le proprie tracce per circa trecento chilometri, disattivando il sistema di identificazione automatica (AIS) – una pratica, questa, che viola le convenzioni marittime internazionali e che è solitamente finalizzata a celare i propri spostamenti e le proprie attività.

Le autorità maltesi, dopo un iniziale periodo di silenzio e di incertezza sulla dinamica e sulla localizzazione esatta del sinistro, sono intervenute per coordinare le operazioni di soccorso, sebbene l’incidente si sia verificato al di fuori della loro area designata di ricerca e soccorso (SAR). Nel pomeriggio, il centro di coordinamento maltese ha potuto confermare che l’intero equipaggio, composto da venticinque persone, era riuscito a mettersi in salvo su una scialuppa di salvataggio, venendo infine tratto in salvo da un’altra nave mercantile nelle vicinanze, all’interno della zona SAR libica. Le condizioni di salute dei marinai sarebbero buone, e questo, unito alla natura del carico – gas naturale liquefatto, meno inquinante del petrolio greggio in caso di sversamento – ha scongiurato, almeno per il momento, il timore di un disastro ambientale di vaste proporzioni nel bacino del Mediterraneo.

Un’operazione a lungo raggio che riaccende i riflettori sulla guerra

Se l’ipotesi dell’attacco ucraino venisse confermata, ci troveremmo di fronte a un’operazione di una complessità e di una portata senza precedenti, che sposterebbe il teatro del conflitto ben oltre il Mar Nero, dove Kiev ha già danneggiato in passato altre unità navali russe. La Arctic Metagaz, partita dal porto di Murmansk il 24 febbraio dopo aver caricato la sua merce proveniente dal progetto Arctic LNG 2, era diretta verosimilmente verso i mercati asiatici, molto probabilmente in Cina, ed è stata raggiunta dalle fiamme mentre si apprestava a transitare verso il Canale di Suez. La distanza dal territorio ucraino è tale da far pensare a una pianificazione meticolosa e, secondo alcune fonti, a un possibile supporto logistico da parte di servizi alleati, sebbene non vi siano prove concrete in tal senso e ogni governo coinvolto, a partire da quello di Londra, abbia mantenuto un profilo di assoluto riserbo.

La nave, che risulta essere stata colpita da sanzioni da parte degli Stati Uniti e del Regno Unito già nel corso del 2024 per il suo ruolo nell’esportazione di gas liquefatto da progetti artici russi, rappresentava un obiettivo di alto valore simbolico e strategico. Colpire un’imbarcazione adibita al trasporto di Gnl significa infatti intaccare direttamente una delle fonti di finanziamento più redditizie per lo sforzo bellico del Cremlino, un settore, quello degli idrocarburi, che Kiev ha imparato a colpire con crescente efficacia utilizzando droni di propria produzione in grado di coprire distanze notevoli. Non è la prima volta che la Marina ucraina, o i suoi servizi di sicurezza, prendono di mira navi mercantili nemiche lontane dalle proprie coste: lo scorso dicembre era già stata rivendicata un’azione contro un’altra petroliera della flotta ombra, sempre in acque mediterranee, a dimostrazione di una capacità operativa in continua evoluzione e di una strategia volta a rendere insicure per Mosca tutte le rotte commerciali.

Il nodo diplomatico e la posizione tedesca a Washington

Mentre la Arctic Metagaz bruciava a poche miglia dalle coste libiche, dall’altra parte dell’Oceano, a Washington, si consumava un altro atto fondamentale per gli equilibri del conflitto. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz era atteso alla Casa Bianca per un colloquio con il presidente americano Donald Trump, e l’agenda dei due leader non poteva non incrociarsi con le notizie che giungevano dal Mediterraneo, sebbene i temi sul tavolo fossero già di per sé particolarmente complessi e riguardassero, oltre alla guerra in Ucraina, anche la crisi in Iran e le relazioni commerciali tra Stati Uniti ed Europa. Merz ha incontrato Trump con un messaggio chiaro, diretto a ribadire la posizione europea: qualsiasi negoziato per porre fine alle ostilità dovrà vedere la partecipazione attiva dell’Unione Europea e non potrà essere condotto sopra le teste degli alleati di Kiev.

Il cancelliere tedesco ha esposto al presidente americano la necessità che l’Ucraina non venga costretta ad accettare ulteriori concessioni territoriali rispetto a quelle già occupate militarmente dalla Russia, sottolineando come non si possa legittimare in via definitiva l’annessione di territori conquistati con la forza. Una presa di posizione, quella di Merz, che riflette la volontà di gran parte dell’establishment europeo di non lasciare che sia solo Washington a dettare i termini di una possibile tregua, ma che al contempo mette in luce le difficoltà del Vecchio Continente nel trovare le risorse e la coesione necessarie per sostenere economicamente e militarmente Kiev nel lungo periodo, un tema, questo, che rimane sullo sfondo dei colloqui e che riguarda in modo particolare l’utilizzo degli asset russi congelati in Europa.

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