L’escalation in Medio Oriente e il ruolo dell’Italia tra difesa del Golfo e scudo su Cipro
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’Italia si prepara a rafforzare il proprio dispositivo militare in Medio Oriente, muovendosi su più direttrici parallelamente all’acuirsi della crisi seguito all’attacco contro l’Iran. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intervenuta ai microfoni di Rtl 102.5 lo scorso 5 marzo, ha delineato i contorni di un impegno che il governo definisce strettamente difensivo, precisando come la priorità resti la protezione dei connazionali e dei militari italiani presenti nell’area — circa duemilacinquecento unità distribuite tra Kuwait, Iraq e Libano — oltre alla salvaguardia degli approvvigionamenti energetici nazionali. La premier ha escluso categoricamente una partecipazione diretta italiana alle operazioni belliche, chiarendo che “non siamo in guerra e non intendiamo entrarci”, ma ha confermato la disponibilità a fornire aiuti militari ai Paesi del Golfo, in linea con quanto già annunciato da Regno Unito, Francia e Germania. Tra le opzioni concretamente valutate dal governo, come riportato da fonti vicine al Ministero della Difesa, figurerebbe l’invio di sistemi di difesa aerea Samp-T, un’ipotesi che prenderebbe Corpo soprattutto verso gli Emirati Arabi Uniti, da giorni esposti a tiri iraniani; non si escludono, inoltre, forniture di radar, strumenti per l’intelligence elettronica e mezzi navali.
Il rafforzamento del contingente e le aree di crisi: Cipro, Kuwait e Libano
Lo scenario mediorientale impone una rimodulazione della presenza militare italiana, con un’attenzione particolare a tre snodi nevralgici. A Cipro, l’isola membro dell’Unione europea che ha subito un attacco con droni contro le basi britanniche di Akrotiri — episodio che ha visto il coinvolgimento di velivoli senza pilota presumibilmente lanciati da aree controllate da Hezbollah — l’Italia starebbe valutando un dispiegamento navale a protezione delle acque cipriote, in coordinamento con Francia e Grecia. Il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis saranno a Nicosia lunedì per una visita congiunta, segnale di una mobilitazione europea che vede anche l’invio di fregate greche — tra cui la Kimon, recentemente entrata in servizio — già avvistate in pattugliamento al largo dell’isola nei giorni scorsi. La base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, dove sono presenti circa trecento italiani dell’Aeronautica militare dediti alla sorveglienza con droni, resta in stato di massima allerta dopo che alcuni frammenti di missili intercettati hanno provocato danni alle infrastrutture, per fortuna senza conseguenze per il personale, temporaneamente riparato nei bunker. In Iraq, il contingente di Erbil, forte di circa settecento unità impegnate nell’addestramento delle forze locali, opera con attività ridotte all’essenziale dopo che un ordigno è caduto nelle vicinanze della base. Quanto al Libano, i militari italiani della missione UNIFIL continuano a vigilare lungo la linea di confine meridionale, un’area resa ancor più volatile dalla prossimità con le dinamiche del conflitto.
La posizione del governo tra aiuti militari e vincoli parlamentari
Mentre il governo definisce le modalità del supporto ai partner del Golfo, resta alta l’attenzione sugli equilibri interni e sugli obblighi istituzionali. La premier Meloni tornerà a riferire in Parlamento solo l’11 marzo, una tempistica che lascia spazio a ulteriori definizioni nel merito degli aiuti, definiti dalla stessa presidente del Consiglio come strettamente legati a esigenze di “difesa aerea”. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha già annunciato l’impegno italiano, accanto a Spagna e Paesi Bassi, per rafforzare la protezione di Cipro, confermando di fatto l’attivazione di una solidarietà europea che, però, secondo fonti di Bruxelles, non ha ancora portato a discutere l’applicazione della clausola di difesa reciproca prevista dall’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea. Il nodo dell’utilizzo delle basi italiane da parte degli Stati Uniti, qualora dovessero giungere richieste per operazioni offensive contro l’Iran, rimane demandato agli accordi bilaterali del 1954, più volte aggiornati: Meloni ha ribadito che al momento non vi sono richieste in tal senso e che, se arrivassero, la decisione spetterebbe al governo con il coinvolgimento del Parlamento. Le forze armate italiane, nel frattempo, mantengono attive anche le missioni navali Aspides e Atalanta nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano, con attività di pattugliamento che procedono nonostante la revisione al rialzo dei livelli di attenzione, in uno scacchiere che, con il passare delle ore, mostra tutti i segni di una crisi dagli sviluppi ancora tutti da decifrare.




