L’industria dell’auto italiana chiede aiuto a Meloni per la crisi delle terre rare
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Redazione Economia
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L’allarme è ufficiale: le fabbriche europee di automobili rischiano di fermarsi a causa della stretta cinese sull’export di terre rare, elementi fondamentali per la produzione di componenti elettronici e motori. Lo scenario, che si è delineato con crescente preoccupazione negli ultimi mesi, ha spinto i rappresentanti del settore a inviare una lettera alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e ai ministri competenti, chiedendo interventi urgenti per evitare il blocco degli stabilimenti.
La crisi, esplosa lo scorso aprile dopo le restrizioni imposte da Pechino sull’esportazione di sette elementi di terre rare medie e pesanti, è una risposta diretta ai dazi decisi dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, contro i prodotti cinesi. Una mossa che ha trasformato queste materie prime in un vero e proprio campo di battaglia geopolitico, con la Cina che controlla gran parte della produzione mondiale e l’Occidente alla rincorsa di alternative.
Se da un lato Pechino ha consolidato negli anni un quasi-monopolio sulla lavorazione di questi materiali, dall’altro l’Europa – e in particolare l’Italia – si trova ora in una posizione di estrema vulnerabilità. «Senza un approvvigionamento stabile, molti impianti potrebbero essere costretti a ridurre o addirittura interrompere la produzione», avvertono gli industriali, sottolineando come la transizione verso i veicoli elettrici renda la questione ancora più critica.
La dipendenza dalle terre rare cinesi non è solo un problema logistico, ma una minaccia alla competitività dell’intero settore. Sebbene esistano giacimenti anche fuori dalla Cina, l’estrazione e la raffinazione richiedono tecnologie avanzate e investimenti massicci, che finora hanno frenato lo sviluppo di filiere autonome. Intanto, la corsa per assicurarsi forniture stabili si fa sempre più serrata, mentre i produttori di componenti avvertono che le scorte si stanno assottigliando.
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