Terremoto nel Golfo di Napoli, una scossa di magnitudo 5.9 a 414 chilometri di profondità che nessuno ha sentito

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il mare tra il Golfo di Napoli e l'isola di Capri è stato l'epicentro, qualche minuto dopo la mezzanotte del 10 marzo, di un terremoto di magnitudo 5.9, un evento sismico che, per le sue caratteristiche profonde, ha raccontato la complessa dinamica del sottosuolo tirrenico senza però tradursi in una reale percezione per la popolazione, se non in maniera estremamente selettiva e geograficamente dispersa. L'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, con la sua Sala Sismica di Roma, ha localizzato con precisione il fenomeno alle coordinate 40.5237 di latitudine e 14.1318 di longitudine, sottolineando un dato che ha fatto la differenza tra il potenziale allarme e la sostanziale indifferenza del territorio: l'ipocentro, il punto di origine della rottura, si trovava a 414 chilometri di profondità. Una distanza, quella dalla superficie, che ha agito come un potente ammortizzatore naturale, dissipando l'energia prima che potesse manifestarsi in modo percettibile e tantomeno dannoso per strutture e persone, nonostante non manchino, in quell'area, zone ad alta pericolosità sismica e vulcanica come i Campi Flegrei o il Vesuvio, le cui dinamiche risultano del tutto scollegate da un sisma così profondo.

Un fenomeno avvertito a macchia di leopardo, dal Nord al Sud

La peculiarità di un terremoto profondo, come spiegano i sismologi, risiede nella sua capacità di propagare le onde sismiche su distanze enormi, a volte paragonabili all'intero bacino del Mediterraneo, ma con un'intensità al suolo che si attenua fino a diventare un flebile ondeggio, spesso percepibile solo da persone particolarmente sensibili o in condizioni di assoluto silenzio e staticità. In questo caso, la scossa delle 00:03 è stata avvertita in modo singolare: nessuna segnalazione è giunta dai comuni costieri della provincia di Napoli, come Castellammare di Stabia, Torre del Greco o la stessa metropoli partenopea, pure situati a circa 35-40 chilometri dall'epicentro. Eppure, come spesso accade in questi frangenti, i social media sono diventati il termometro di una sismicità anomala; l'hashtag #terremoto è rapidamente risalito nelle tendenze non per voci campane, bensì per i tweet di cittadini lombardi, con segnalazioni provenienti da Milano, Como e Bergamo, e altri utenti sparsi tra il Piemonte e la Puglia che raccontavano di lampadari oscillanti o di un brevissimo capogiro. Una distribuzione geografica della percezione che ha dell'ironico, se si considera che chi risiedeva a poche decine di chilometri dall'epicentro non si è accorto di nulla, mentre a oltre settecento chilometri di distanza, nel Nord Italia, in qualcuno ha destato qualche interrogativo.

Il meccanismo geofisico di un sisma profondo nel Tirreno

Questo terremoto, che per la sua localizzazione si inserisce nel distretto sismogenetico del Tirreno meridionale, non va interpretato alla stregua dei più comuni e superficiali eventi tellurici che interessano la dorsale appenninica. La sua genesi, come analizzano i geofisici, è da ricondurre ai complessi processi di subduzione della placca ionica, una sorta di "slab" di litosfera che sprofonda nel mantello terrestre sotto l'arco calabro. A quelle profondità, superiori ai 400 chilometri, le rocce sono sottoposte a pressioni e temperature talmente elevate che i minerali idrati iniziano a disidratarsi e a subire trasformazioni di fase, un processo che può generare rotture e quindi terremoti, ma il cui meccanismo fisico non ha nulla a che vedere con le tensioni della crosta superficiale. È per questo motivo che, nonostante la magnitudo ragguardevole, l'energia sismica arriva in superficie ormai priva della potenza distruttiva, trasformata in onde lunghe e basse frequenze capaci di mettere in vibrazione grattacieli a Milano ma del tutto innocue per le case di Ischia o Procida.

La rilevazione strumentale e l'assenza di conseguenze

Le strumentazioni dell'Osservatorio Vesuviano e la fitta rete di sismometri e accelerometri distribuiti sul territorio nazionale hanno registrato puntualmente l'evento, confermando i dati preliminari con un margine di incertezza molto ridotto e con un numero elevatissimo di stazioni che ne hanno rilevato le onde, ben 160 quelle che hanno osservato l'evento e 465 quelle utilizzate per il calcolo preciso della magnitudo. Un'ottima copertura, questa, che ha permesso all'Ingv di fornire in tempi rapidi un quadro chiaro, escludendo fin da subito qualsiasi correlazione con lo sciame sismico che occasionalmente interessa i Campi Flegrei, fenomeni confinati nei primi chilometri di crosta. L'attenzione, per gli esperti, si sposta ora sull'analisi dei meccanismi di sorgente, per capire l'esatto orientamento della faglia che ha generato la rottura e per affinare i modelli di questa parte complessa e ancora non del tutto compresa del mantello terrestre sotto l'Italia, un'attività di ricerca che procede indipendentemente dall'impatto, in questo caso nullo, sul territorio.

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