La Nato schiera la "Sentinella dell'Est" dopo l'incursione dei droni russi in Polonia
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Redazione Esteri
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La decisione dell'Alleanza Atlantica di avviare l'operazione "Sentinella dell'Est" rappresenta una risposta diretta e calibrata alla violazione dello spazio aereo polacco, avvenuta giovedì scorso per opera di diciannove droni russi che Varsavia considera tutt’altro che accidentali. L’obiettivo primario della missione, annunciata dal segretario generale Mark Rutte, è quello di proteggere i partner più esposti alla minaccia proveniente da Mosca, istituendo parallelamente una "no fly zone", una sorta di zona cuscinetto tra Polonia, Ucraina e Bielorussia. L’episodio, che ha fatto inevitabilmente salire la tensione, ha mostrato in tutta la sua evidenza la fragilità dei cieli sul fronte orientale della Nato.
Sebbene i caccia polacchi siano riusciti ad abbatterne alcuni, molti di quei velivoli senza pilota, alcuni carichi di esplosivo, hanno superato le difese confermando la vulnerabilità di un confine lungo milleduecento chilometri. Un confine che separa la Polonia dall’exclave russa di Kaliningrad, dalla Bielorussia e dall’Ucraina, e che si è rivelato un varco tutt’altro che inviolabile per mezzi relativamente semplici. La sfida lanciata da questi droni, il cui costo è stimabile in poche decine di migliaia di euro ciascuno, richiede sistemi di difesa di gran lunga più dispendiosi, mettendo in luce il divario tra la minaccia asimmetrica e i costi per neutralizzarla.
Di fronte a questa prova di forza, la reazione di Mosca non si è fatta attendere, seppur in netto contrasto con le ricostruzioni dei fatti. L’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite ha infatti categoricamente respinto ogni accusa, definendo "fisicamente impossibile" che i droni in questione avessero potuto raggiungere il territorio polacco e negando qualsiasi coinvolgimento del Cremlino. Una smentita che, come spesso accade in simili circostanze, non fa che approfondire il solco della discordia e alimentare un clima di sospetto reciproco.




