Fondi russi congelati, il piano Ue per Kiev rischia di scalfire l'euro

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il meccanismo, che la Commissione europea vorrebbe rendere operativo prima della fine dell'anno, prevede di utilizzare i beni della Banca centrale russa immobilizzati presso Euroclear, il depositario centrale belga, come garanzia per emettere titoli di debito. Il ricavato, stimabile in un plafond di 210 miliardi, servirebbe quindi a finanziare un prestito, definito “di riparazione”, a favore di Kiev. L’operazione, sostenuta con forte pressing anche dall’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, si scontra però con una serie di resistenze tecniche e politiche, prima fra tutte quella del governo belga, titolare della giurisdizione in cui risiede il custode degli asset. La difficoltà di raggiungere un consenso unanime tra i Ventisette, unita alla complessità giuridica di un’azione senza precedenti, ha sollevato perplessità anche sulle conseguenze di più ampio respiro per il sistema finanziario europeo.

Le perplessità sollevate dagli analisti

Secondo analisi di mercato riprese dal Financial Times, l’utilizzo straordinario di asset sovrani come garanzia per un debito destinato a terzi introdurrebbe un elemento di rischio percepito per gli investitori internazionali, i quali potrebbero progressivamente ridurre le proprie esposizioni in euro. L’euro, com’è noto, trae parte della sua forza dall’essere una valuta di riserva globale e dalla stabilità del suo sistema di regole, che un’azione del genere andrebbe a intaccare. Gli esperti paventano una possibile erosione della fiducia, la quale, a sua volta, potrebbe tradursi in costi di finanziamento più elevati per gli Stati membri e in un indebolimento della valuta comune sul piano internazionale.

La risposta di Mosca e il nodo giuridico

Dal canto suo, il Cremlino ha già promesso ritorsioni legali ed economiche, attraverso il portavoce Dmitrij Peskov, il quale ha avvertito che la responsabilità per un eventuale sequestro verrebbe attribuita sia a livello nazionale che personale. Questa presa di posizione, sebbene attesa, aggiunge un ulteriore strato di complessità a un’iniziativa che naviga in acque giuridiche inesplorate. Il diritto internazionale, infatti, non offre un quadro univoco per il congelamento e la successiva destinazione di beni sovrani di uno Stato in tempo di pace, rendendo l’intera operazione suscettibile di contestazioni che potrebbero protrarsi per anni dinanzi alle corti arbitrali.

La corsa contro il tempo per un accordo

La trattativa politica procede a fatica nonostante la scadenza del vertice Ue fissato per il prossimo 18 dicembre, data in cui i leader europei sperano di siglare un’intesa sulla copertura finanziaria per Kiev. La posizione del Belgio, recalcitrante a trasformare gli asset congelati in garanzia per un prestito, rimane l’ostacolo principale da superare. La manovra, pertanto, si configura come una partita a più livelli: da un lato, l’urgenza di garantire supporto economico all’Ucraina; dall’altro, la necessità di valutare con estrema cautela le ricadute potenziali sull’integrità del sistema finanziario dell’Unione e sulla solidità della sua moneta.

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