Il vertice Putin-Trump e le ombre sull’Ucraina: cosa resta dopo i sorrisi e il tappeto rosso

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Definire un fallimento l’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin sarebbe riduttivo, se non altro perché le aspettative, già basse, erano condizionate dai pregiudizi che gran parte della stampa internazionale nutre verso i due leader. Ma al di là delle valutazioni superficiali, alcuni elementi meritano di essere analizzati. A cominciare dall’ospitalità riservata dal presidente americano al suo omologo russo: i sorrisi, l’applauso, il viaggio in limousine insieme hanno inevitabilmente irritato Kiev, che vede in Putin l’uomo responsabile di migliaia di morti tra civili e militari.

Le parole del leader del Cremlino, del resto, non lasciano spazio a fraintendimenti. Già nella scorsa primavera, durante una videoconferenza con il ministero degli Esteri russo, aveva chiarito che la Russia non avrebbe avanzato pretese oltre i quattro territori annessi nel 2022, ma aveva anche escluso con fermezza un “congelamento” del conflitto sul modello coreano, ovvero senza riconoscimento delle nuove frontiere. Una posizione che, di fatto, rende complicata qualsiasi trattativa.

Trump, da parte sua, ha ribadito che quella in Ucraina è “la guerra di Biden”, non di Putin, una dichiarazione che, dopo il vertice in Alaska conclusosi senza accordi, suona come un ulteriore segnale di distacco dalle preoccupazioni europee. Ora l’attenzione si sposta su Washington, dove oggi Volodymyr Zelensky incontrerà il presidente americano accompagnato da una delegazione di leader Ue, tra cui Giorgia Meloni, Emmanuel Macron e Ursula von der Leyen. Al centro dei colloqui, la possibilità di uno scambio territoriale che ponga fine alla guerra.

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